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Un nuovo inizio

  • Immagine del redattore: emanuelastievano
    emanuelastievano
  • 7 mar
  • Tempo di lettura: 17 min

Aggiornamento: 25 mar




La tavola è apparecchiata per otto. Ho già predisposto tutto. Giuliano e Francesca siederanno di fronte a Riccardo e Chiara. Mia madre e zia Carla a capotavola come da tradizione, dopo che mio padre e zio Biagio hanno deciso di averne abbastanza di noi. Ognuno coi propri tempi, senza traumi per nessuno, se ne sono andati. Zio Biagio adesso vive in Spagna. Pare sia felice, pare abbia trovato il suo posto nella vita, pare anche, ma non è mai stato appurato che viva con una giapponese molto più giovane di lui. Mio padre invece, dopo il divorzio da mia madre, si è trasferito da qualche parte in America. All’inizio mi chiamava, ma non mi ha mai chiesto di andare da lui. D’altra parte, lo vedevo poco anche quando viveva ancora con noi. L’ultimo ricordo tangibile che ho di lui è però bello. Eravamo alla laguna di Fuente de Piedra a vedere i fenicotteri rosa. Ci trovavamo a Malaga. Una breve vacanza nella casa di una coppia d'amici che ci avevano lasciato a totale disposizione. Quel mattino, mia madre aveva preferito lasciarci andare da soli. Non ne sono sicura, ma credo sapesse già che il loro matrimonio era agli sgoccioli. La Spagna ricorre sovente nei ricordi di famiglia. È un legame profondo che ha origini lontane. Mia madre stessa è nata in Spagna, così volle mia nonna, spagnola da diverse generazioni di cui se n’è persa la traccia. Di lei ricordo il sorriso. Era venuta in Italia dopo essersi innamorata di un giovane italiano, commerciante di stoffe. So che era orfana di entrambi i genitori, ma non aveva sradicato del tutto le sue radici. Aveva tenuto la sua casa che era poi diventata quella delle nostre vacanze. Non aveva, almeno in apparenza, rimpianti. Era riuscita a mantenere la sua identità anche lontana dalla sua terra. Diceva: «italiano e spagnolo sono lingue che nascono dallo stesso ceppo. La loro musicalità è ineguagliabile.» Lei era l’unica ad esternare i suoi sentimenti verso gli altri. Mi abbracciava e baciava e diceva: «Tu eres mi Estrella.»   Ma io tendo a divagare. Ero rimasta alla tavola apparecchiata e ai posti assegnati. Ne restano due: il mio, che sono Stella e quello di Valerio. Lui sarà di fronte a me. È l’ospite più importante, colui che ha fatto il grande rientro.

Paolo, mio marito, sarà invece il grande assente. Ma sarebbe impossibile far sedere Paolo e Valerio allo stesso tavolo, o farli stare nella stessa stanza, o nelle vicinanze della casa. Eppure, alle pareti ci sono alcuni dei quadri di Paolo, e in un certo senso, è come se lui fosse qui. Sono opere, figlie di un recente passato che, come dice lui, non gli appartiene più. Da quella sua drastica decisione di smettere di dipingere sono passati tre anni. Paolo non ha più toccato un pennello, nonostante il suo studio sia rimasto intatto. Ha lasciato che il tempo gli scivolasse via senza fare nulla per renderlo più gradevole. Temevo che volesse togliere tutte le sue tele dal muro, invece le ha lasciate appese. Un giorno mi ha detto: «Non illuderti Stella. Quei quadri non li considero più miei, è come se fossero di un altro, per questo non li ho tolti.» Sono passati tre anni da quella furibonda lite tra lui e Valerio. Ricordo l’espressione sbigottita di Valerio, quel cugino a cui tanto tenevo. Forse mi credeva a letto. Non disse una parola. Aveva gli occhi tristi mentre se ne andava via da casa mia. Avrei voluto capire, ma non ebbi risposta da nessuno dei due. Il giorno dopo, zia Carla mi chiamò. La sua voce era normale, nessuna alterazione, né stizza. E come se fosse tutto normale, disse: «Valerio si scusa ma ha avuto un ingaggio improvviso. Andrà a girare un film in Spagna. Non ha detto quando tornerà». Io sapevo che quella era una scusa. Valerio, oltre a essere mio cugino era anche il mio migliore amico. Sarei stata la prima a sapere di quel film spagnolo. Da quel giorno non ho più avuto sue notizie. Era zia Carla a raccontarci dei suoi viaggi e reportage. Ci aveva informato che poi il film in Spagna era saltato. Non capivo se si bevesse davvero tutto ciò che Valerio le raccontava, o se invece si fosse costruita una sua corazza per evitare di guardare in faccia la realtà e lasciarsi andare alla disperazione.

Valerio stava semplicemente evitando di tornare, mentre Paolo, di dipingere. Nel mezzo c’ero io, una moglie e una cugina-amica. Ci tenevo a entrambi, ma non era più possibile tornare indietro, alle nostre serate allegre. A quando Paolo scherzando, chiamava Valerio, “nostro figlio un po’ cresciuto”. Era stato Valerio a presentarmi Paolo, dichiarando che fosse il più importante tra i suoi amici. E mentre osservavo quel giovane dagli occhi verdi, i capelli arruffati e dallo sguardo misterioso, avevo detto: «Se è importante per te, sarà interessante conoscerlo».

Valerio presentava le opere di Paolo. Era così entusiasta che le persone riuscivano a vedere quello che a prima vista, sfuggiva. Sarà sciocco da parte mia, ma a quel tempo nutrivo una punta di gelosia verso quell’amicizia che toglieva un po’ di tempo alla nostra. Ma poi mi innamorai di Paolo e lui di me. Valerio era sempre tra noi, non più rivale, ma amico e confidente.

Io e Valerio… Entrambi figli unici, eravamo cresciuti assieme. Lui aveva solo otto mesi in più di me. Più che cugini eravamo due fratelli. Le estati spagnole, le passavamo assieme. Quei primi anni della nostra infanzia filarono via lisci senza ombre.

Torno alla realtà e osservo la tavola. È ben apparecchiata, ma mancano le pietanze e i commensali. Ho voluto che a questa cena partecipassero anche Giuliano e Riccardo. Inizialmente avevo lasciato fuori le compagne. Ragazze che non avevano molto da spartire con lo spirito di questa serata: una réunion di famiglia. E Giuliano e Riccardo sono sempre stati gli amici storici di Valerio, almeno fino alla comparsa di Paolo. Non ho molte notizie al riguardo, ma so che i loro incontri da allora, erano diradati. Eppure, quando ieri li ho contattati, mi sono sembrati felici di poter partecipare.

Giuliano mi ha chiesto: «Vedremo anche tuo marito allora!» Mi sono sentita in imbarazzo ed ero contenta che non mi vedesse per telefono perché ero arrossita. Possibile che non sapesse che Valerio e Paolo non si parlano più? Naturalmente non gliel'ho chiesto. Ho optato invece per una banale frase di circostanza: «Paolo si scusa ma aveva già degli impegni pregressi.» Adesso speravo solo che la serata si svolgesse nel più naturale dei modi. Avremmo parlato del passato, delle scorribande tra amici, e forse anche dei posti visitati da Valerio in questi tre anni. Dei suoi reportage e magari dei suoi flirt...

A questo pensiero mi fermo a riflettere. Non c’è granché da dire, non l’ho mai visto con una ragazza. Mai un apprezzamento per un bel viso, un bel corpo… Solo una volta ho sentito il suo battito accelerare, il suo incarnato colorirsi e il sudore sulle sue mani. È stato quando ci siamo baciati. Avevamo dieci anni o giù di lì. Ricordo ancora il mio mento bagnato della sua saliva, e poi quella risata isterica che ci prese come fossimo impazziti. Ci vergognavamo? O ci era piaciuto, tanto da volerci riprovare? Quella situazione fu interrotta dalle nostre madri che erano venute a cercarci. Non ripetemmo più l’esperimento del bacio e non ne parlammo più. Ma nessuno dei due aveva dimenticato, di questo ne sono certa.

Valerio è uno di quei tipi che a prima vista non colpiscono per bellezza o spiritosaggine. Ma se lo osservi bene, qualcosa di lui ti rimane: gli occhi neri e profondi, le ciglia lunghe, il naso con quella piccola gobba che però non disturba. È una sua caratteristica, come il neo sul suo collo bianco. Qualche volta, nella mia adolescenza, prima di addormentarmi, inventavo storie su di noi. Mi piaceva immaginarci in Spagna, forse perché lì ci andavamo d’estate, lo vedevo un posto trasgressivo. Risentivo la sua lingua che trafficava con la mia. Non mi spingevo mai più in là di quello, ma era sufficiente per darmi piacere. Ma poi, quando ci vedevamo, tutto tornava normale, Valerio era mio cugino e mio amico, niente di più. Attorno ai diciassette anni, iniziai a collezionare flirt su flirt che duravano poco. Di solito ero io che troncavo la relazione. Valerio allora mi chiedeva: «E questo qui cosa aveva che non andava?» Io accampavo difetti che non esistevano, solo per non parlarne più. Oggi so che fin da allora cercavo quello che avevo provato a dieci anni con Valerio. Il suo battito accelerato, quel trasporto che aveva messo nel baciarmi pur senza esperienza. Cercavo quella risata complice tra noi. E quando non trovavo nulla di tutto ciò, li lasciavo. Avevo addosso un malessere generale che non riuscivo a decifrare. Un giorno avevo scritto su un foglio di carta: “Io amo Valerio” ma poi avevo strappato quel foglio in mille pezzi. Era assurdo. Valerio era mio cugino e i cugini non si amano. Poi, quando mi aveva presentato Paolo, per la prima volta avevo capito quanto ero stata sciocca. L’amore travolgente tra di noi mi aveva fatto dimenticare i miei dubbi su Valerio. E quando ci sposammo, Valerio ci fece da testimone assieme a Chiara, cugina di Paolo. La cerimonia in Comune, i pochi invitati, il pranzo in un bellissimo castello in collina… E come ciliegina sulla torta, una stupenda giornata di sole. C’erano tutte le prerogative che qualcosa potesse nascere tra Valerio e Chiara visto che anche lei era single oltre che carina e simpatica. Chiara è una di quelle persone a cui si vuol bene, con cui è piacevole conversare. Di quelle che sanno di tutto un po’ anche se non ne fa sfoggio. Adora fare la settimana enigmistica. E quando è saltato fuori questo particolare, si è fatto avanti Riccardo, uno dei migliori amici di Valerio che avevamo invitato un po’ per far numero, un po’ perché è anche amico mio. La conversazione sulla settimana enigmistica, quella sera deve essere proseguita nel letto di Chiara visto che Riccardo viveva ancora coi genitori. Oggi sono marito e moglie, più innamorati che mai, più appassionati che mai di enigmistica e non solo, visto che sono in dolce attesa, si vocifera, di due gemelle.

Giuliano, l’altro amico storico di Valerio, era ancora single, ma ci pensò Chiara ad organizzare una serata a quattro. Portò con se Francesca, la sua amica del cuore. Quella serata, sancì l'inizio di una nuova unione, quella tra Giuliano e Francesca. Può sembrare scontato, ma era come se fossero stati in un limbo fino a quel momento ad aspettarsi. Da allora, triste a dirsi, Valerio non era più tanto interessante per loro. L’amicizia, così sacra che c’era stata fin dai tempi del l’asilo, era diventata meno invadente, più blanda. Nessuna lite, solo una inesorabile apatia. Almeno questa è stata la mia sensazione dalla formazione di quelle due coppiette di innamorati. Non c’era più posto per Valerio. D’altra parte, ci pensava Paolo a colmare il vuoto nella vita di mio cugino. Valerio era spesso a casa nostra, a volte dormiva perfino da noi. A me non dispiaceva. Era bello vedere i due uomini più importanti della mia vita essere così uniti. Riempivano l’assenza di mio padre che mai avevo realmente accettato. Da tre anni però, tutto è cambiato. Credo che il loro, sia stato più di un semplice litigio, un qualcosa di grande che li ha travolti entrambi, tanto da non saper o non voler reagire. Guardo il grande orologio sul muro sopra il camino. Tra un po’ qualcuno suonerà il campanello. Quel qualcuno dovrebbe essere Valerio. Per tutti, la cena è alle otto. Tutti, tranne Valerio, a lui ho detto: «Vieni alle cinque, ti preparo il tè e qualche pasticcino.» Ma adesso, l’idea di vederlo dopo tre lunghi anni, mi procura un senso di incertezza. Che esperienze avrà fatto? Sarà diverso? O ritroverò il mio solito cugino dolce e dagli occhi grandi? D’un tratto lo squillo del campanello risveglia il mio torpore, mi alzo in piedi come se dovessi partire a razzo, ma poi mi prendo un momento per osservarmi nel grande specchio ovale, specchio che detesto, ma è un cimelio della famiglia di Paolo, che ha voluto portare con sé quando si è trasferito qui da me. Impensabile buttarlo via o regalarlo. Faccio un ampio respiro e mi avvio alla porta e quando la apro, la prima cosa che vedo è un enorme mazzo di fiori sostenuto da due mani. La faccia è seminascosta da gigli e sterlizie. Sono commossa per questi fiori, per la dolcezza di Valerio, per quella sua naturalezza e spontaneità. «Valerio!»  esclamo. E la voce mi esce incrinata. Una miriade di emozioni mi sovrasta. Per un attimo ritorno adolescente ed è strano, ma mi assale prepotente quella lontana voglia di assaporare ancora la sua bocca. E poi la sento, quella voce che non è dentro di me. È quella di Valerio, è lui che dice: «Stella! Finalmente!» Se non posiamo questo stupendo mazzo di fiori, non possiamo abbracciarci. Gli faccio strada. Nel breve tragitto ci guardiamo, siamo confusi, accenniamo a dei sorrisi enigmatici. Non mi chiede di Paolo, probabilmente è al corrente che stasera non ci sarà. Mentre cerco un vaso per poter appoggiare i fiori, Valerio osserva la stanza. Non è cambiato niente dalla sua ultima visita. La casa è la stessa, stessi mobili, stessi quadri alle pareti. Ciò che manca è l’armonia che c’era prima della lite con Paolo. Anche tra me e mio marito qualcosa se n’è andata via. Penso alla sua voglia di dipingere, ma anche alla nostra intimità. Spesso Paolo torna tardi la sera, a volte parte per settimane.

Sistemo i fiori, li annuso, li ammiro. Sento lo sguardo di Valerio su di me. La distanza che ha coperto questi anni, ci ha trasformato. Non siamo estranei, ma non siamo più quelli di un tempo. Ci sta mancando quella spontaneità tipica di chi è cresciuto assieme. Sembriamo due amanti clandestini che non osano toccarsi per paura che l’atmosfera magica sparisca.

I silenzi, spesso sono carichi di parole, parole perfette, senza sbavature, senza imperfezioni. I silenzi e gli sguardi profondi appartengono però agli innamorati. Ma io e Valerio siamo cugini, solo cugini. Faccio uno sforzo, mi riprendo e dico: «Grazie Valerio, questi fiori sono bellissimi. Ti sei ricordato che amo le sterlizie…» Lui continua a guardarmi. E poi, senza poter più aspettare, si appoggia a me. Con la mano carezza la mia guancia. In un attimo mi avvinghio a lui. E so con certezza, di aver aspettato a lungo questo momento. Sento una gran confusione in testa. «Mi sei mancato» dico, più a me stessa che a Valerio. Ed è allora che qualcosa si spezza, come un incantesimo durato troppo a lungo.  La sua bocca cerca la mia. Con una foga che non sapevo di avere, incollo la mia lingua alla sua. Niente più bave al mento come quando avevamo dieci anni. Sento i battiti del suo cuore e penso che questo è il più bel suono che potessi sentire da anni. Sento che mi sto lasciando andare, so che sarebbe facile spingersi ancora più nel profondo. Ma poi, qualcosa mi blocca. Non sono i sensi di colpa, ma so che tutto questo porterebbe a delle conseguenze. E allora mi chiedo: “Sono pronta per affrontarle?”

Andiamo a sederci sul divano. Valerio mi tiene le mani tra le sue. “Sono in trappola. Ricominceremo a baciarci” penso. Invece non succede niente. Ci guardiamo e per un po’ restiamo in silenzio. In bocca sento ancora il suo sapore. Sto per dire qualcosa, qualsiasi cosa che sostituisca questo silenzio. Invece è Valerio che prende la parola. Sembra quasi una scena teatrale, scena completamente diversa dalla precedente, perché ciò che Valerio dice, mi riporta di colpo coi piedi per terra. «Sai Stella... L’amicizia con Paolo la consideravo inossidabile. C’era un bel affiatamento. Adoravo i suoi quadri, spesso mi diceva che avevo la capacità di vedere oltre ciò che lui faceva. Avevamo un rapporto di fiducia che per me era impagabile. A volte però, capitavano momenti in cui mi estraniavo, diventavo taciturno e serio. Una sera, mentre tu eri a letto, mi offrì da bere nel suo studio. Avrei dovuto rifiutare e andarmene. Era come se mi sentissi che sarebbe successo qualcosa di poco piacevole. Non diedi ascolto al mio sesto senso e rimasi. Per un po' parlammo del più e del meno, poi, senza nessun preavviso, Paolo disse: «So che ami Stella» Io mi misi a ridere e cercai di negare. Voi eravate una bellissima coppia, felice, innamorata… Ciò che non volevo era mettermi tra voi. Solo che questo mio negare aveva disturbato Paolo e si era alterato. Sembrava ubriaco, forse lo eravamo entrambi. Aveva iniziato a straparlare.» Sono sconvolta. E non so perché, ma sento crescere dentro di me una rabbia improvvisa. Ma Valerio continua: «Diceva che ci vedeva bene assieme, che si era accorto che non ti ero indifferente, che a volte si sentiva il terzo incomodo tra le mura di casa sua quando noi eravamo assieme. È stato allora che ho deciso di sparire. Se me ne fossi andato, voi due sareste stati meglio. Prima di uscire dal suo studio gli urlai: “Invece di prendertela con me, stalle vicino e amala!” poi incontrai te nel corridoio. Non sapevo se avevi sentito le mie ultime parole. Ero incapace di guardarti Stella, di dirti qualcosa. Ho preferito sparire»

Valerio è esausto. Si blocca, ma continua a stringermi le mani.

In qualche maniera so che deve dirmi altro. Ciò che non so è se lo voglio sentire. L’idea che Paolo mi abbia analizzato e abbia capito che provavo qualcosa per mio cugino, mi spiazza e mi turba. D’impulso, sciolgo quel calore tra le mani di Valerio. Inizio a prendere le distanze, ma non credo sia sufficiente. Lui mi guarda, aspetta una mia mossa, come se la nostra fosse una partita a carte. Ho cominciato a vedere le sue, ma altre sono nascoste. Ho la voce alterata quando gli faccio la domanda che mi assilla da quando ho saputo che sarebbe tornato: «Perché» ma Valerio termina la domanda per me: «Sono tornato?» Io annuisco senza neanche la forza di dire “Già”

Valerio fa un lungo respiro, butta fuori l’aria e si mette comodo. E io penso che stia scoprendo altre carte. Non so ancora se sono belle o brutte. Cos’è che l’avrebbe spinto a tornare a casa adesso? Penso a una malattia terminale, ma il suo incarnato mi fa andare in altre direzioni che non saprei. E quando lui inizia è il mio turno di tirare un sospiro di sollievo. Ma ciò che dice è una sorpresa, una di quelle cose che ti fanno pensare al fatto che non si conosce mai nessuno davvero fino in fondo, nemmeno il proprio marito.

«Ho ricevuto la visita di Paolo mentre mi trovavo a Valencia a casa di mio padre. È successo circa un anno fa. Voleva scusarsi con me per come mi aveva trattato quella sera qui da voi.»

«Quindi… non siete più arrabbiati» azzardo cauta.

Valerio pronuncia un no senza particolare allegria, il che mi lascia perplessa. Non dovrei esserlo. Paolo non me ne ha mai parlato. E il fatto che non voglia più dipingere è ancora un mistero per me. Sembra che Valerio legga dentro di me come se avesse un foglio davanti coi miei pensieri scritti, perché dice: «Paolo ha ripreso a dipingere.» E quando io muovo gli occhi verso i quadri appesi, lui fa un debole sorriso, sembra quasi di compatimento nei riguardi di una moglie tenuta all’oscuro dal proprio marito. «Non qui» si affretta a dire.

L’idea che Paolo abbia ricominciato a creare, mi allieta, ma allo stesso tempo mi inquieta. Speravo di ricevere risposte, invece gli interrogativi aumentano e io inizio a essere stanca.

Tra poco meno di due ore arriveranno gli altri, e per la prima volta oggi, non ho più nessuna voglia di riceverli. Faccio un altro sospiro e dico: «Ti prego Valerio, ho bisogno di capire. Se tu e Paolo siete di nuovo amici, perché lui non è qua a riceverti? Non ci capisco più niente. Voglio la verità.» Stavolta Valerio mormora un «Certo!» schiarendosi la gola e poi prosegue facendo una premessa: «Lasciami terminare Stella…»

Io annuisco anche se ho lo stomaco in subbuglio. Valerio inizia:

«Quando Paolo venne da me a Valencia, non era solo, o meglio, in albergo, mi disse, qualcuno lo stava aspettando. Mi spiace Stella, ma Paolo ha una relazione con una donna che a quel tempo era sposata.  Sembra che la cosa vada avanti da anni Naturalmente non era facile per loro vedersi. Qualche giorno fa Paolo mi ha chiamato e mi ha detto che il marito di quella donna è morto. Sapevo che era malato. Paolo mi aveva raccontato del calvario che stavano attraversando. Che tu ci creda o no, tuo marito non è un libertino. Insomma…  questa donna ha accudito il marito fino all’ultimo senza lasciarlo. Posso immaginare Stella cosa stia passando nella tua testa in questo momento. Paolo avrebbe dovuto essere sincero e raccontarti tutto. Io l’ho pregato di dirti la verità, ma lui dice che a modo suo, ti ama ancora, anche se questo non gli ha impedito di tradirti.» Scoppio a piangere e non so nemmeno io perché. Valerio mi carezza il viso ma non si avvicina per baciarmi. Di questo gliene sono grata. Dopo un po’ dico: «Cos’altro devo sapere?»  Ma Valerio invece di rispondermi chiede: «Quei baci che prima ci siamo scambiati… cosa sono stati per te?»

Ancora un sospiro da parte mia. Stavolta sono davvero in trappola. Dopo tanti anni in cui i nostri ruoli erano ben delineati, adesso tutto è in disordine, come una stanza messa a soqquadro dove ci vorrà del tempo per sistemare. Ma qui, in questa stanza che è dentro la mia anima, non riesco a trovare nemmeno l’interruttore della luce. Mi chiedo allora: come posso rispondergli? Poi, riconosco la mia voce che sembra essersi staccata da me e ha deciso di giocare da sola, senza una strategia. O forse, assieme a lei c’è il mio cuore, che le dà la forza di dire: «Aspettavo quel bacio da molto. Era nelle mie fantasie da adolescente. Talvolta nei miei sogni inconsci. Poi arrivava la razionalità. Tu eri mio cugino, potevi essere il mio grande amico e confidente, non il mio fidanzato. E quando mi presentasti Paolo, scambiai l’infatuazione per amore e lo sposai. Non dico questo adesso per comodo. Credo che tra me e Paolo, se c’è una pecca nel nostro matrimonio, è non essere stati sinceri quando abbiamo capito che il nostro non era vero amore. Insomma… quello che voglio dire è che se ho amato mai una persona a questo mondo, quella persona sei tu. Ma siamo cugini Valerio, siamo cugini…» Lo vedo sorridere, distendere i muscoli e poi piangere. Non ho ricordi di averlo mai visto piangere. Valerio era un bambino allegro, al contrario di me che frignavo sempre, da piccola. Valerio si asciuga le lacrime, ma non mi sembra triste. Mi guarda e vedo, forse per la prima volta il suo amore puro per me. Quell’amore cresciuto negli anni e sempre soffocato. Cos’è cambiato allora? È la domanda che non faccio ma che aleggia nell’aria amplificata da questo silenzio.

«Tre anni fa,» inizia Valerio, «il giorno che io e Paolo abbiamo litigato, sono tornato a casa con l’intento di andarmene. Il mio umore non era dei migliori, per usare un eufemismo. Mia madre voleva sapere perché stavo buttando roba a vanvera in valigia. Io non parlavo, ma lei insisteva. Allora, non so ancora perché, ma ho inveito anche contro di lei. L’accusavo di non essere una buona madre, una donna senza affetto, senza tenerezze. È stato allora che ha iniziato a singhiozzare. Un pianto disperato a cui non ero pronto.  Ho cercato di calmarla, le chiedevo scusa per il mio atteggiamento. Ma lei, dopo un po’ mi ha chiesto di sedermi accanto a lei. Eravamo seduti sul mio letto, in quella stanza coi poster dei miei idoli. Dove mi rifugiavo nei miei pensieri, e dove lei raramente entrava. Ma quella sera venni a conoscenza di una storia che ancora oggi mi sconvolge. Stella, io non sono tuo cugino. O meglio, siamo cugini a metà e solo da parte di padre.

Eh già. I tuoi occhi hanno la mia stessa espressione di allora.

Carla mi raccontò che lei non era la mia vera madre. Biagio, mio padre, aveva avuto una relazione extraconiugale con una donna che poi rimase incinta. So che si chiamava Bianca, e so anche che mio padre voleva lasciare Carla per Bianca. Ma Bianca, la mia madre biologica, purtroppo morì dopo poche ore dal parto per delle complicanze. È una storia triste, lo so. Comunque, Biagio ebbe la faccia tosta di portarmi a casa dalla moglie e farmi passare come figlio legittimo di entrambi. So che tua madre lo ha sempre saputo. Ma come spesso accade tra le mura domestiche, alcune cose devono rimanere in famiglia. Ho sempre considerato Carla, mia madre. Dopotutto, a lei è toccato il compito più arduo, quello di crescermi. Le sarò sempre grato per questo, al contrario di mio padre a cui bastava accompagnarmi allo stadio o comprarmi il gelato. E questo è tutto Stella. Tra me e te non c’è nessun legame di sangue diretto se è questo a frenarti.»

Mi alzo in piedi. Non sono ancora le sette e io mi chiedo, guardando la tavola imbandita, se sia ancora necessario fare questa cena. Ho lo stomaco chiuso. Troppe notizie tutte insieme, hanno creato una rivoluzione dentro di me. Anche Valerio si alza. Va dritto verso uno degli ultimi dipinti che Paolo ha fatto. Una bambina su un’altalena che sorride. Sembra quasi una foto. Non so perché ma non lo amo particolarmente. Lo sguardo della piccola sembra malizioso. Per qualche ragione mi ha sempre disturbato, anche se non l’ho mai detto a Paolo. Ma ecco che Valerio risponde anche a questa mia perplessità, «Questa» dice, «credo sia la figlia di Alice…» Non ho bisogno di chiedere chi sia Alice. L’ho capito. Invece dico: «Insomma… questa Alice ha anche una figlia che Paolo, a quanto vedo, ritrae…» Valerio tossicchia, poi dice: «Davvero ti importa?» Ed è in quel momento che tutto si fa chiaro. No, non me ne importa più. Prima o poi dovrò affrontare Paolo e le sue mancanze. Ci sarà tempo per quello. Ma adesso, invece di rispondere, chiedo a Valerio: «Hai detto che Paolo è venuto da te circa un anno fa e da tre anni sai la verità sulla nostra parentela. Allora perché hai aspettato tanto per tornare?» Valerio si rabbuia. Rimane un po’ in silenzio. Riordina le idee, valuta cosa dire. Mi aspetto un altro atto di questa commedia fatta di corna, sotterfugi e amore, ma poi mi si avvicina, mi abbraccia e sussurra: «Sapevo che ti avrei sconvolto. Speravo poi che Paolo ti parlasse, ma così non è stato. Una settimana fa però mi ha telefonato e mi ha solo detto: “Vai da lei Valerio.” Ho capito allora che dovevo agire. Ed eccomi qua.» Nel suo abbraccio piango. Stavolta è un pianto liberatorio. Non riesco ancora a crederci che noi due non siamo cugini, o lo siamo solo a metà. Non so cosa ci riserverà il futuro per noi, ma adesso pensiamo al presente. Lo prendo per mano gli sorrido e dico: «Vieni, andiamo a riscaldare le pietanze, altrimenti i nostri commensali protesteranno.» Valerio mi stringe la mano e io penso che questo è il nostro nuovo inizio.

 

 

 

 
 
 

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