Pedalando in bicicletta accanto a te...
- emanuelastievano
- 9 feb
- Tempo di lettura: 9 min
Aggiornamento: 14 feb
Sono alla fermata del 24 e continuo a guardare il display, come se quello schermo installato da poco possa accelerare in qualche modo il percorso del suo mezzo.
Avevo dimenticato che il martedì è giorno di mercato e muoversi diventa più complicato. Anche gli autobus subiscono ritardi. Ma anche se l’avessi ricordato, nulla sarebbe cambiato. Forse, dico forse, se mi fossi sbrigata ad uscire prima da casa, magari a quest’ora sarei già dall’altra parte della città ad aspettare pazientemente di essere chiamata. In realtà ci avevo pensato. Era stata la nonna a farmi ragionare sul fatto che, intanto non era il caso di andar lì un’ora prima, e poi avrei trovato di sicuro gli autobus stracolmi di studenti delle varie scuole. «Ma come… non ti ricordi più la ressa umana del mattino?» aveva detto nonna Pia, a cui non sfugge mai nulla. Certo che non me n’ero dimenticata. Anch’io ero stata una di loro non molti anni prima. La sveglia suonava presto ogni mattina, compreso il sabato, il giorno che ho sempre classificato, il più bello della settimana. Nel mio ultimo anno di liceo il sabato invece era pesante. Terminava con matematica, materia che nessun insegnante era riuscito a farmi amare. Intanto, affamata com’ero, sognavo la pasta al forno della nonna, o se papà era a casa, il suo mitico barbecue. Mamma cercava di rendersi utile, ma si adagiava sapendo che nonna e papà se la sbrigavano tranquillamente da soli. Tornavo a casa sempre malinconica. Mezza giornata l’avevo passata a scuola e l’altra metà la dividevo tra compiti e un po’ di televisione. Sui compiti mia madre non transigeva, la sua frase terminava più o meno così: «Dai che poi domani sei libera» Avrei tanto voluto sapere per che cosa fossi libera. Libera di divertirmi? Libera di non pensare che l’indomani avrei ripreso il solito tran tran? Libera di non immaginare Claudio avvinghiato a Serena? Claudio… quel chiodo fisso che mi portavo dietro dalla prima liceo. Claudio… colui che mi aveva illusa ma che poi aveva scelto di pomiciare con Serena.
E l’eco delle parole della nonna mi rimbomba ancora adesso nelle orecchie: «Ma chi… Claudio? Il figlio del fruttivendolo? Quello spilungone brufoloso? Ma sei matta per caso?» E giù a decantarmi invece le bellezze che a parer suo lasciavo per strada, senza degnarle di uno sguardo. Diceva, e i suoi occhi emanavano guizzi furbeschi: «Lascia perdere quello lì. Io ti vedrei bene invece con il figlio di Carletto, quello che ogni tanto ci porta le bibite al posto di suo padre. Non so neanche come si chiama. È bello come un divo del cinema.» Io invece conoscevo il suo nome, ma avevo fatto finta di non saperlo. Il ragazzo in questione si chiamava Antonio e devo dire che nonna aveva ragione. Moro, occhi verdi. Era di due anni più grande di me. Antonio però era irraggiungibile. Molto quotato dalle ragazze della scuola. Si vociferava che ogni tanto facesse il modello. Eppure, se il padre era impegnato, prendeva il furgoncino del negozio e faceva le consegne. Era puntualmente nonna a raccontarmelo. Io la lasciavo dire, senza commentare.
Qualche domenica pomeriggio andavo al cinema con la mia amica del cuore che di nome faceva Giovanna e di cognome Arceri. Alcuni ragazzi l’avevano soprannominata: Giovanna D’arco. A lei non importava, a me invece avrebbe dato fastidio. Non per il soprannome, ma per la licenza che si prendevano di dare appellativi agli altri. Lei diceva: «Non mi sembra così tragica la cosa. Ciò che invece non è bello è se ti appioppano un nomignolo e tu non lo sai.» Insomma… quelle uscite con la mia amica erano un diversivo, ma un giorno, mentre sorseggiavamo una tazza di cioccolata dopo il cinema, Giovanna mi fece una confidenza: «Ieri io e Giacomo ci siamo messi assieme…»
Giacomo… proprio uno di quelli che le avevano affibbiato l’appellativo di Giovanna D’arco. Che potevo dire. Ne ero felice? Purtroppo non lo ero. Cosa provavo allora nel sentire quella notizia? Invidia? Delusione? Egoismo? Sì, c’erano un po’ tutte quelle cose messe assieme in ordine sparso. Nonostante questi sentimenti non fossero nobili, mi sforzai di congratularmi con lei, anche se non mi mostrai così entusiasta come lei si sarebbe forse aspettata. Poi Giovanna disse: «Giacomo ha un amico. No Eva non fare quella faccia. Neanche lo conosci. Io invece l’ho visto ieri e ti posso assicurare che è davvero carino…» Così, la domenica successiva uscimmo in quattro. Mi ero truccata, approfittando del fatto che i miei erano di turno in ospedale e nonna, spesso lasciava correre tante cose. Ma quel pomeriggio disse: «Ma come siamo belle oggi…» Io avevo lo stomaco in subbuglio. Andavo a un appuntamento al buio per la quale avevo fantasticato tutta la settimana. Quando Giovanna suonò il campanello, il cuore iniziò a tamburellare forte. Ero in ansia! Lei era sorridente eppure non riuscivo a sentirmi tranquilla. Iniziammo a camminare e solo dopo alcuni passi si fermò a guardarmi ed esclamò: «Eva, ti sei truccata!» Io ero arrossita. Mi sentivo come se Giovanna mi avesse analizzato e individuato le mie paure, i miei limiti. Mi ero truccata per nascondermi, non per apparire più attraente.
Alla sua piacevole sorpresa non avevo detto niente, ma lei aveva capito. Con serietà da adulta, aveva detto: «Eva, è soltanto un pomeriggio in compagnia. Non devi dimostrare nulla a nessuno, tantomeno ad Antonio» Al suono di quel nome sbiancai. Era forse una coincidenza? Di quale Antonio stavamo parlando? Del più ambito della scuola? No, certo che no. Uno come lui non aveva bisogno di appuntamenti al buio. Ma quando a un tratto Giovanna aveva esclamato: «Eccoli! Adesso li conoscerai finalmente anche tu», non avevo più dubbi. Mi ero attaccata al braccio di Giovanna per sorreggermi, era come se le gambe non prendessero più ordini da me. Quando finalmente le presentazioni furono fatte, mi sembrava tutto assurdo. Lui aveva fatto finta di non conoscermi e io ero stata al gioco. Giovanna e Giacomo si erano dileguati. Passeggiavano mano nella mano tra gli alberi e i fiori del parco cittadino. Io e Antonio ci mantenevamo a debita distanza. I nostri passi sulla ghiaia, sopperivano ai nostri silenzi.
A un certo punto non sopportavo più quella situazione e dissi:
«Com’è che stai sprecando questa domenica pomeriggio con me?» Antonio ebbe una reazione inaspettata. Sembrava offeso quando disse: «Potrei chiedere la stessa cosa a te. Non ti pare?»
Era vero. Perché avevo acconsentito a questa farsa? Forse perché non avevo altro da fare. O forse chissà… Sognavo anch’io di avere un ragazzo come la maggior parte delle mie compagne di scuola. Io, assieme a qualche altra, non avevamo mai provato cosa significa darsi un bacio, o cose del genere. Ma lui? Non era certo un principiante in materia. Poi, disse una cosa che mi spiazzò totalmente: «Il tuo colore preferito è il blu, ascolti musica soft per ore e odi la matematica»
Dalla mia espressione sbigottita, scoppiò a ridere.
«Sento che Giovanna ti ha raccontato i momenti salienti che predominano la mia vita…» Antonio fece una faccia perplessa, poi disse: «Non è stata Giovanna a riferirmi queste cose. Me le ha raccontate tua nonna quando capita che vi porti le bottiglie di acqua a casa. E se proprio lo vuoi sapere, sono stato io a chiederle di dirmi qualcosa di te. Perciò… quando ho saputo che Giacomo usciva con la tua migliore amica, l’ho visto come un segno del destino.» Stavolta Antonio mi aveva confuso. Ero rimasta senza parole. Nell’aria aleggiava la sua voce. Il suo desiderio di conoscermi, il suo improvviso interesse per me.
Quando ci fermammo al laghetto dei cigni, una sposa si stava facendo delle foto che volevano essere romantiche e irripetibili. Fu in quel momento che sentii le sue braccia avvolgermi. E ancora quella voce che diceva: «Immagino che anche tu sogni l’abito bianco, un giorno da favola assieme al tuo amato sposo.»
Risposi con sincerità e dissi: «Non riesco a vedermi con abito bianco e strascico da favola con le damigelle e tutto il resto. Però un uomo che mi ami, quello lo desidero. Lo trovi strano?» Antonio era ancora avvinghiato a me quando disse: «Vorrei essere io quell’uomo che ti ama…» Non ricordo chi prese l’iniziativa per primo, fatto sta che ci baciammo. Non una, ma più e più volte. Quella sera tornavo a casa volando. Io e Antonio eravamo una coppia! Le ore che seguirono quei baci, sembrava andassero di fretta. Io invece avrei voluto fermarle, chiedere loro pietà per il nostro amore appena nato. A casa, quella sera, guardavo la bottiglia dell’acqua che forse proprio Antonio aveva portato e mi inebriavo. Mi sentivo tra le nuvole. Persino il pensiero del famigerato lunedì e della ripresa delle lezioni, dello studio, dello spauracchio degli esami. Tutto prendeva una nuova luce. «Domani?» Quella sua domanda, che a me era sembrata una supplica, era retorica. Certo che l’avrei visto l’indomani. Era come se mi fossi svegliata all’improvviso da un letargo durato fin troppo. Il passo tra la clandestinità e l’accettazione in famiglia, fu breve. Antonio era più da me che a casa sua. Per quattro anni il nostro fu un idillio. Nonna Pia era felicissima. Io invece, cominciavo a esserlo sempre meno. Ero alle prese con l’università, mancava poco alla mia laurea, mentre lui aveva abbandonato, nonostante gli mancassero pochi esami. Aveva preferito aprire un negozio in società con la sorella. Un’erboristeria. Per quanto mi sforzassi di essere solidale, non riuscivo ad approvare quella sua scelta. Io dovevo studiare, lui invece mi parlava di piante e dei loro benefici. Quando una sera di tre mesi fa nonna apparecchiò la tavola, mise un piatto anche per Antonio. «Puoi togliere quel piatto» dissi, forse un po’ troppo bruscamente. Lei allora interpretò il mio astio a modo suo. Pensava che Antonio mi avesse lasciato, che si fosse innamorato di un’altra. Ma si ammutolì quando la tranquillizzai dicendo che in realtà ero stata io a lasciare Antonio. Stavolta fu il suo turno a dimostrarsi astiosa verso di me. Era incredula, sbigottita. «E tu ti sei fatta scappare un ragazzo come Antonio?» Per settimane mi rivolse a malapena la parola. Stamattina però, sembrava tornata quella di sempre, allegra e spensierata. So che è contenta di me. Sono la sua nipotina fresca di laurea che oggi ha un colloquio di lavoro molto importante.
Finalmente l’autobus arriva. Stranamente non è pienissimo. Riesco ad accaparrarmi un posticino tranquillo anche se non c’è nessun sedile libero. Poi, accade l’imprevisto: Antonio è lì a pochi passi da me. Se avessi dovuto descrivere un nostro incontro casuale, un autobus non mi sarebbe mai venuto in mente. Ricordavo perfettamente quando mi aveva confessato che mai, nemmeno da piccolo era salito su un autobus. Aveva detto: «Mia madre ha mille fobie. Ha sempre preferito accompagnarmi lei a scuola. Io ci soffrivo perché intuivo che mi stavo perdendo dei bei momenti d’aggregazione coi miei compagni.» E poi, quando avrebbe potuto scegliere da solo, aveva preferito una Vespa rossa fiammante a un autobus pieno zeppo di mocciosi e dal loro vociare alto e chiassoso.
Anche lui mi vede. Riesce, non senza qualche gomitata a raggiungermi. Dallo stupore, arrossisco e dico: «Antonio! Che coincidenza! Da quando prendi gli autobus?» Lui sorride e dice: «Da quando mi è cresciuta la barba.» La sua risposta mi spiazza. Non replico. Gli faccio invece una carezza su quel po’ di peluria che lui chiama barba e per poco non finisco a terra col rischio di spaccarmi un braccio o chissà cosa. Il contatto con la sua pelle mi procura un immediato calore che solo l’intimità può dare. Anche se l’avevo lasciato, ogni tanto, con discrezione, mi chiamava. Poi, sotto mia richiesta, aveva smesso. Adesso, così vicini, tutto dentro di me viene messo in discussione. Cerco di riprendere il controllo. Lo informo del colloquio di lavoro. Mi dice che spera che tutto vada bene. Ho come la sensazione che lui sappia già tutto del colloquio. Mentre parla, mi chiedo se la nonna non c’entri qualcosa col nostro casuale incontro sul 24. Ma penso anche che forse aveva ragione nel dire che me l’ero fatto scappare. Antonio mi racconta che sta andando a prendersi la macchina dal meccanico. Lui sorride, e poi a bruciapelo mi chiede se sono felice. «Lo sono» dico, e vorrei aggiungere: «Lo sono ora. Ora che sei qua con me, che mi guardi senza rancore, ma mostrando solo amore.» Ed è come se queste parole mi siano uscite davvero dalla bocca oltre che dal cuore. Lui mi si avvicina. Stavolta l’autobus non c’entra. Antonio mi guarda e senza bisogno di dire niente, ci baciamo.
Scendiamo assieme io e Antonio. D’un tratto, il colloquio di lavoro prende una nuova piega. È sì importante, ma che Antonio sia con me, lo è ancora di più. Mi stringe la mano. E quando esco da quell’ufficio sorridente, lui è lì ad aspettarmi. Assieme usciamo da quello che potrebbe divenire il mio nuovo posto di lavoro. Lui mi sussurra all’orecchio: «Festeggiamo?» Io non rispondo, ma approvo. Cosa festeggiamo? L’inizio di un nuovo percorso lavorativo? Penso che ci sia qualcosa in più da celebrare oltre a questo.
Improvviso, mi torna in mente il ritornello di una canzone di parecchi anni fa che ogni tanto nonna Pia canticchia, che fa più o meno così: “Pedalando in bicicletta accanto a te. Pedalando senza fretta la domenica mattina…” Ecco… sarebbe bello se io e Antonio adesso fossimo in sella alle nostre bici e pedalassimo senza una meta, senza un perché. Ma siamo a piedi e va bene così. le nostre mani intrecciate hanno già ritrovato un loro ritmo naturale. I nostri sguardi si incontrano. Ci sorridiamo e penso che le parole a volte non sono necessarie quando i silenzi sono carichi d’amore.

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