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Due sorelle

  • Immagine del redattore: emanuelastievano
    emanuelastievano
  • 17 gen
  • Tempo di lettura: 8 min

Ero così frastornata che dovetti stendermi sul divano per paura di barcollare.

La lettera era finita a terra. Doveva essere successo quando la testa aveva cominciato a girare. Le mie dita si erano aperte lasciando cadere il foglio. Da seduta, guardavo quel pezzo di carta scritto in caratteri eleganti e mi chiedevo come fosse stato possibile dare quel tocco così bello a un messaggio tremendo come quello.

Ma poi, non so come, mi calmai. Avevo davanti a me quella grafia pulita e ordinata. E senza che potessi far nulla per scacciarlo, rividi con gli occhi della mente, quella stessa mano che guidava la mia. Risentivo quel tocco gentile sulle mie dita. I nostri occhi che si incrociavano. I sorrisi che donavano a quel momento, una piacevole sensazione di pace. Avevo tre anni, Claire sei. Si eri fissata che anch’io dovessi imparare a scrivere proprio come lei. Nonostante quegli anni siano passati, all’apparenza senza lasciare traccia, ogni tanto quei momenti tornano. Tornano proprio in situazioni come queste, e dove percepisco ancora di più quanto la solitudine mi accompagni.

Con una nuova attitudine, rileggo quelle poche righe che tanto mi hanno sconvolto.

Ora che osservo meglio, mi accorgo che la grafia è sì pulita e ordinata, ma non perfetta. Le lettere tendono a distanziarsi l’una dall’altra. Non tengono una perfetta linea retta, hanno la tendenza ad andare verso il basso. Claire stava facendo del suo meglio per non tremare mentre teneva in mano la penna.

Avrei preferito che lei mi chiamasse, che esprimesse a parole ciò che le era capitato. Ma tant’è…

Dopotutto, che ne sapevo io della vita di Claire? Le nostre strade si sono divise da troppo tempo ormai, da quando aveva deciso di andarsene, lasciandomi sola in balia di un vecchio zio brontolone. Ricordo ancora indelebile l’ultimo giorno che la vidi. Aveva uno zaino in spalla. I capelli legati in una coda di cavallo. Il volto impaurito per quel passo troppo grande per la sua giovane età. Ma nonostante l’avessi dissuasa, lei rimase salda sulla sua decisione.   Con voce ferma, disse: «Non lasciare mai le chiavi della tua camera da qualche parte. Tienile sempre con te. Ma soprattutto, non fare mai entrare lo zio di notte da te. Lo sentirai bussare, lo sentirai chiamare, lo sentirai imprecare. Tu non rispondere.»

Quel consiglio fu utile perché avevo capito che lo zio desiderava toccarmi. Ma allo stesso tempo, ero arrabbiata con Claire perché mi aveva abbandonato. Iniziò così il nostro allontanamento, quello fisico, ma soprattutto quello intimo e fraterno.

Quando lo zio morì, la prima cosa che feci, fu di tenere sempre le porte aperte, compresa quella della mia camera. E quando chiamai Claire, raccontandole questo, con voce dura disse: «Non allentare la guardia solo perché uno se n’è andato.» Così ripresi a chiudere le porte e a guardarmi le spalle.

E intanto, gli anni passavano. Io speravo che Claire tornasse, ma lei, evidentemente, le chiavi di quella che era stata anche la sua casa, le aveva buttate via. Forse, tornare sarebbe stato più doloroso. Forse ci si illude di dimenticare quando si scappa lontano per ricominciare a vivere.

Quand’è che c’eravamo sentite? Per il mio compleanno. Sicuro. Claire non ha mai mancato nemmeno una volta. Del resto, nemmeno io. Claire compie gli anni a metà giugno, io a metà luglio. Quand’eravamo piccole si faceva un’unica festa. I nostri genitori, avevano la fissa di non fare differenze. Perciò si festeggiava in agosto. Il motivo era anche un altro. Papà e mamma, entrambi insegnanti, in quel mese erano liberi, quindi, noi bambine aspettavamo con ansia che arrivasse agosto. Lo consideravamo il mese per eccellenza. Claire aveva tre anni più di me, e fino agli undici anni, era una bimbetta allegra. Tutti noi eravamo allegri e spensierati. Ma quella serenità terminò quando Claire compì dodici anni. Era giugno e noi attendevamo agosto come ogni anno. Ma quella volta, agosto venne e se ne andò senza festa, senza regali. Quello fu il primo agosto che io e Claire restammo sole. In una calda serata estiva, dopo una cena tra amici, le vite dei nostri genitori furono spezzate. Io e Claire ce la cavammo con poco. Esteriormente eravamo due miracolate, ma le ferite dell’anima, chi può dire quando se ne andranno?

Sembrava che non ci fossero altri parenti prossimi. Nei primi tempi i servizi sociali si occuparono di noi. Saremmo finite in affido a qualche famiglia, ma poi zio Oliver comparve nelle nostre vite e i servizi sociali si dimenticarono di noi. Quello zio che conoscevamo a malapena, si era insediato a casa nostra facendoci da tutore. Per i primi due anni si era dimostrato buono e comprensivo. Era un parente di nostro padre che si faceva chiamare zio. Ma a un certo punto, perse il lavoro e con esso anche le buone maniere. Prendeva un piccolo sussidio e i soldi erano pochi. Si era fissato con Claire. Cercava ogni pretesto per rimproverarla, per castigarla. Più il tempo passava, più Claire si lamentava. Finché un giorno se ne andò lasciandomi sola.

A quel tempo avevo quattordici anni. Ogni giorno auguravo a quell’uomo ubriacone e nullafacente di sparire per sempre dalla mia vita. Non dovetti aspettare tanto. Nemmeno un anno dopo l’allontanamento di Claire, lui morì. È brutto dirlo, ma ero felice, la vivevo come una sorta di liberazione. Nella mia ingenuità speravo che mia sorella tornasse a casa. Ma questo non accadde. Disse che ormai la vita di città era migliore. Mi incoraggiò invece a lasciare il paese e raggiungerla. Ma io non lo feci. La nostra casa aveva ancora tanti ricordi di quando eravamo una famiglia felice che non me la sentivo di andarmene. Forse non ero pronta o forse avevo soltanto paura di ricominciare fuori dal mio ambiente. Forse, avevo solo paura di fallire.

Ora però, quel messaggio di Claire cambiava ogni cosa. E poi, non ero più una bambina. Ormai avevo trent’anni. Facevo una vita quasi da reclusa. Mi ero eclissata lasciando che il mondo si allontanasse da me, compresa Claire, la mia unica sorella, la mia unica famiglia.

Conoscevo tanta gente ma la mia vita era vuota. Avevo un lavoro da impiegata in una piccola fabbrica, ma senza alcuna velleità di fare carriera, ero arenata in un posto che mi dava solo la sicurezza di uno stipendio.

D’impulso andai ad aprire la credenza dove tenevo aggeggi vari, scartoffie e gli album fotografici che non avevo più aperto. Ormai si usava il telefono, le foto si guardavano dentro lì, ma quegli album avevano una storia. Ricordo ancora quando mio padre faceva sviluppare i rullini e poi assieme, guardavamo le foto scattate in montagna, a casa, o dovunque si facesse qualcosa assieme.

Rivedermi accanto ai volti felici dei miei genitori, di Claire… procurava in me un dolore grande, una ferita ancora aperta, ma dovevo farlo per dire a me stessa che ero riuscita a guardare ciò che non poteva più tornare. Per riuscire a custodirlo nel mio cuore con serenità.

Mia sorella ha perso un figlio, quel figlio che tanto aveva atteso e che sembrava non arrivasse mai. E io che non sapevo nemmeno fosse stata incinta, capivo che quel messaggio le era costato tanto. Avevamo già sperimentato una grande perdita, eppure, credo che un figlio sia un vuoto ancora maggiore.

Claire ha trentatré anni. Per i nostri standard è ancora giovane, ma come si fa a superare un dolore così grande?

L’album dei ricordi mi mostra il nostro ultimo compleanno festeggiato in agosto. Io e Claire soffiamo sulle candeline mentre due numeri ben distanziati tra loro spiccano sulla torta: otto e undici. L’ultimo compleanno felice per entrambe. Due bambine spensierate, ignare di ciò che sarebbe successo solo un anno dopo. Penso ai nostri genitori, ai loro sogni di vederci crescere. A quei momenti catturati dentro a uno scatto. L’orgoglio di due giovani poco più che trentenni. Il loro amore per l’insegnamento, per la scuola, per i loro studenti. Tutto spezzato in un attimo. Sento allora che questi anni sono passati per inerzia, che il mio cuore è ancora ferito. Ma sento anche il bisogno di un cambiamento. Mai come ora desidero andare avanti, andarci davvero. Vivere concretamente la mia vita. Lo vorrebbe mio padre, lo vorrebbe mia madre, ma lo voglio anch’io. Sento come se qualcosa dentro di me si sia finalmente smossa.

Raccolgo gli album dei ricordi e li rimetto al loro posto.

Non so se sia stato un bene sbirciare il passato attraverso quelle immagini. Ciò che per ora mi è chiaro è che mia sorella ha bisogno di me. Guardo il telefono. Vorrei chiamarla, ma prima di sentire la sua voce, desidero rileggere ancora una volta le sue parole.

 

Clarissa, ti scrivo ora che sono un po’ più lucida di un mese fa. Sono stata sul punto di diventare madre. Purtroppo ho perso il bambino che portavo in grembo da ben sette mesi. È stato straziante. Avrei voluto dirti che eri finalmente diventata zia. Volevo farti una sorpresa, per questo non ti ho detto niente. Ma ora… ora non so più cosa fare.”

Tua Claire

 

Con mani tremanti digito i tasti del cellulare. Con ansia aspetto di sentire la sua voce. E quando finalmente la sento, non riesco a dire niente. Le lacrime scendono silenziose. Piango per la sua sofferenza, per quel bambino che non terrà mai in braccio, ma piango anche per noi, per quella lontananza durata troppo a lungo. Piango perché vorrei tornare alla nostra infanzia felice, ma piango anche per gli anni che io e lei abbiamo perso.

 

E mentre il treno mi porta lontano da casa, sento che mi sto avvicinando sempre più a Claire. Sorrido, pensando alla stanza che mi ha preparato. Nonostante il suo dolore sia ancora forte, si sta concedendo un po’ di sollievo per il mio arrivo.

Partire è stato più facile di ciò che mi aspettavo. Non è stato un arrivederci a presto, ma nemmeno un addio.

Mi prenderò il mio tempo per decidere.

Ciò che mi aspetta è tutto nuovo, la sua casa, la sua città, il suo uomo, Paul, colui che per molti mesi ha sognato con lei l’arrivo del loro bambino.

Non faccio progetti, non mi trincero nemmeno dietro alte aspettative. Ciò che però so, è che non tornerò dentro a quel guscio dove mi ero rintanata.

Ciò che so, è che, se anche la vita ti stende momentaneamente a terra, bisogna rialzarsi e continuare a giocare. È un gioco, a volte faticoso, a volte crudele, ma è imprevedibile e piacevole. Siamo noi che dobbiamo essere bravi a cogliere quei momenti.

 

Le porte del treno si aprono. C’è un viavai continuo a cui non sono abituata. La città è grande ma non mi faccio impressionare. Poi sento la voce di Claire mentre pronuncia il mio nome. E intanto, le distanze tra di noi si accorciano, in un attimo ho un déjà-vu. La sensazione è così forte che mi sembra di viverla proprio in questo momento. Io e Claire corriamo felici assaporando l’aria di mare. Dietro di noi la voce di nostro padre che ci riporta all’ordine: «E allora, la andiamo a prendere questa torta bambine?» Mentre mi avvicino sempre più a Claire, so di avere il viso rigato di lacrime, ma non mi importa e corro. Corro come per sfidare il tempo. Mi faccio largo tra la folla incapace di trattenere la miriade di emozioni che mi sovrastano, come onde giganti a cui non so resistere. E per la prima volta mi chiedo come sia potuto accadere che ci siamo allontanate. Ma adesso non è il tempo di cercare risposte. Adesso ciò che desidero è tuffarmi tra le sue braccia. Avremo tempo per guardarci negli occhi, tempo per parlare, e piangere, certo. Ma per ora, mi basta solo stringerla a me.

 



 
 
 

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