Quel dolce senza tempo
- emanuelastievano
- 22 dic 2024
- Tempo di lettura: 13 min

All’età di otto anni sapevo già cosa avrei fatto da grande.
Tutti si meravigliavano della mia esuberanza quando mi facevano la fatidica domanda: «E tu Alice, cosa farai da grande?» Allora io, con una certa aria di sfida rispondevo:
«Sarò un avvocato e difenderò i miei amici.»
Nonostante la mia giovane età, comprendevo bene cosa passava attraverso gli sguardi dei miei interlocutori. C’era incredulità, ma anche una sorta di compatimento perché credevo nel bene e nella giustizia. Una certa influenza veniva da nonno Aurelio che spesso si intratteneva a parlare con qualche amico che lo andava a trovare. Per me il nonno era il migliore. A quel tempo gestiva un bar, perciò le discussioni spaziavano dalle previsioni del tempo al malgoverno e qualche volta anche di sport. Il nonno odiava il calcio. I clienti abitudinari lo sapevano e lo rispettavano, anche se, a volte qualcuno lo punzecchiava. Sapevano che il suo malumore derivava da un’ingiustizia occorsagli da giovane. Una vecchia storia di cui lui parlava di rado e mai in mia presenza. Ogni tanto mi offrivo di aiutarlo al bancone e mi incantavo a sentirlo parlare.
«È inutile Aurelio,» diceva qualcuno, «tu dovevi fare l’avvocato. Riusciresti a convincere il giudice di turno che il mare, di notte dorme!» A me non importava cosa pensavano gli altri. Io lo sentivo che nonno Aurelio aveva ragione. Spiattellava le sue idee senza gridare. E poi, con quel suo sorriso accattivante finiva per conquistare anche quelli che non la pensavano come lui. Ricordo una persona in particolare. Era un uomo grosso dai folti baffi bianchi. Quando si animava la sua voce diventava stentorea. Ogni tanto batteva i pugni sul tavolo. Le prime volte mi nascondevo sotto il bancone del nonno che puntualmente diceva: «Lo vedi che fai prendere paura perfino a mia nipote?» Allora quell’omone burbero, ma, compresi poi, innocuo, diceva: «Dai Aurelio, posiamo l’ascia di guerra. Fammi uno dei tuoi leggendari caffè.» Allora anch’io tornavo a essere tranquilla, e, senza volerlo, imparavo che il confronto non è sempre violento. A quel tempo però, ciò che guardavo con ammirazione, era il modo di fare del nonno.
Rimasi ferma nella convinzione di diventare un avvocato per diversi anni. Ma poi, questa mia sicurezza, iniziò a vacillare.
Alle superiori avevo scelto un liceo classico. Il primo anno ero stata tra i più bravi della classe, ma già dal secondo anno i voti erano calati leggermente. Avevo nuove amicizie, nuovi interessi e una cotta incredibile per Simone, un ragazzo di quarta che sognavo a occhi aperti.
Con pochi meriti, riuscii a passare in terza. Ricordo il giorno che mio padre mi convocò nel suo studio e mi fece, credo per la prima volta, un discorso serio e risoluto. Non usò grandi paroloni, disse solo: «Se pensi di guadagnarti la promozione in questo modo, hai sbagliato di grosso. Negli ultimi mesi hai lavorato di più, e di questo te ne devo rendere atto. Ma non puoi giocare col tuo futuro facendo affidamento solo sulla buona sorte. Se hai ancora intenzione di diventare un avvocato…»
A quel punto lo interruppi. Gli dissi che non ne ero più così tanto sicura. Ma lui proseguì: «D’accordo. Anche se non studierai per diventare avvocato, farai qualcos’altro. Ci hai pensato a questo Alice?» Ero rimasta in silenzio, il che non virava in mio favore.
A un tratto mio padre disse: «Alice… io e tua madre abbiamo pensato una cosa, non riguardo al tuo futuro, a quello ci devi pensare tu. No, mi riferisco a un lavoretto per l’estate. Ti farebbe bene fare qualcosa che ti faccia capire come gira il mondo del lavoro.» Dopo quelle parole, iniziai a vedere lo scenario del mio imminente futuro. Di qualunque lavoro si trattasse, l’idea non mi allettava. Avevo sognato l’estate, i bagni al mare, le uscite con le amiche, nessun libro da aprire per almeno un mese. Invece i miei genitori avevano tramato alle mie spalle, e questo non mi piaceva, non mi piaceva per niente. Ero rimasta in silenzio. Mi ero sentita, forse per la prima volta, in trappola. Ancora non lo sapevo, ma quel giorno, con lo spirito imbronciato e l’umore a terra, avrebbe sancito l’inizio di un nuovo percorso: la mia nuova vita.
Per alcuni giorni non successe niente. In casa c’eravamo solo io e mio padre. Ma, nonostante l’assenza, sentivo forte la presenza di mia madre che sarebbe rientrata a breve. Mi aveva lasciato una sfilza di post-it per ricordarmi di fare questo e quello. In uno c’era scritto: «Alice, tira fuori la biancheria dal congelatore»
Quando lo feci leggere a mio padre, lui si sforzò di non ridere, poi si strinse nelle spalle e disse: «Lascia perdere. Anche tua madre è umana. E poi è stanca. Star dietro agli affari di tua nonna sta diventando pesante. Ecco perché ti ho fatto quel discorso l’altra sera. Non devi ridurti ad accumulare stress senza concludere niente. Devi essere più furba di lei e anche di me. Capisci piccola?» Non volevo riprendere quella discussione, ma annuii. Che altro potevo fare?
Comunque, quando il mattino dopo sentii la voce squillante di mia madre, tutto mi sembrava tranne che stressata. Venne a darmi un bacio e poi mi allungò una busta che estrasse dalla tasca della giacca. Con un gran sorriso disse: «Da parte della nonna, per te. Mi ha detto che devi sbrigarti a diventare avvocato. Sai com’è lei… Ha sempre qualcuno con cui prendersela.» Dopo quelle parole non sapevo cosa dire. Forse mio padre non le aveva detto niente a proposito del fatto che non intendevo più diventare avvocato. A quel punto lei mi aveva guardato e d’impeto aveva detto: «A cosa pensi? Mi sembri pensierosa.» Volli essere onesta. Anche perché avevo capito che era meglio così. Lei però non ne rimase sorpresa, infatti disse: «Ma cara, è normale cambiare idea alla tua età. Piuttosto… che mi dici della scuola? Non è che adesso vuoi cambiare indirizzo scolastico?» La rassicurai su questo.
Fu allora che disse: «A proposito. So che hai parlato con papà riguardo a un lavoretto per l’estate. Ecco… a me è venuta un’idea.» Ero preoccupata, ma lo ammetto: anche molto curiosa, così la lasciai parlare senza interromperla. «Insomma…» disse,
«c’è questa bella pasticceria del centro. Qualche volta ti ci ho portato quand’eri piccola. Be’, è di una mia carissima amica. Le ho parlato di te e sarebbe pronta ad assumerti per luglio e agosto. Che ne dici Ali, ti piacerebbe?»
Ma che domanda era? No che non mi sarebbe piaciuto, però dissi di sì e l’indomani io e mia madre, ci presentammo in pasticceria alle dieci in punto. Ad attenderci trovammo una signora di mezza età che scoprii, essere la zia dell’amica di mia madre. «Fiorenza e Simone arriveranno tra un po’» disse la donna che si presentò come zia Giuseppina.
Io ero nervosa. Cercavo di mascherarlo, ma Giuseppina se ne accorse. Mi prese la mano e, guardandomi negli occhi disse:
«Vedrai che ti troverai bene. Il nostro è un piccolo ambiente anche se la pasticceria ha quasi cento anni. Li festeggeremo il prossimo anno.» Nella mia testa pensai che io non sarei stata con loro a quell’evento così importante, ma proprio in quel momento, la porta d’ingresso si spalancò e i miei pensieri cambiarono radicalmente direzione. Tutto si tinse di rosa e io, avrei voluto abbracciare mia madre per avermi portato proprio lì. Quando poco prima avevo sentito il nome di Simone, non l’avevo collegato al Simone dei miei sogni. Invece, in quel momento, davanti a me c’era proprio lui. Aveva lo sguardo un po’ trafelato come se si fosse appena svegliato. Infatti, la madre disse, rivolta alla mia: «Scusami tanto Chiara. Ho chiesto a zia Giuseppina di intrattenervi un po’ fino al nostro arrivo. Simone, aveva dimenticato di puntare la sveglia. E mio marito… Quello è già in barca a pescare da ore. Oh! Ma tu sei Alice! Come sei cresciuta!» A quel suo improvviso interesse nei miei confronti, avvampai. Finché la voce di Simone, ancora un po’ roca dal sonno irruppe dentro il locale. «Sei in seconda A, giusto?» «Lo ero! Quest’anno andrò in terza» dissi, deglutendo a fatica.
Simone sapeva che ero nella sezione A. Ma non ebbi il tempo di pensarci perché lui riprese: «Io invece sarò ancora in quarta C.»
Sua madre intervenne di nuovo: «E già, quest’anno Simone ha trovato parecchie difficoltà a scuola, e così gli tocca ripetere l’anno.» Per un momento rimanemmo tutti in silenzio.
Rivedevo Simone nell’atrio della scuola, sempre attorniato da ragazze che facevano di tutto per strusciarsi addosso a lui. I suoi sorrisi di compiacimento, gli amici sempre al suo fianco, Simone mi era parso un leader. Di certo, un vincente. A guardarlo lì, invece, assonnato, accanto a sua madre, sembrava diverso, come se fosse in possesso di due facce, due diverse identità. Però… quello sguardo che non gli avevo mai visto prima, forse mi piaceva più di quello da perenne soddisfatto di sé. Persa nei miei pensieri, non mi ero neanche resa conto che mia madre stava parlando di me. Trasalii quando disse: «Vero tesoro?» La mia risposta «immagino di sì» catturò l’ilarità generale, soprattutto quella di zia Giuseppina che disse: «Non preoccuparti Chiara, starò attenta a non farla ingrassare.»
Ero furibonda e probabilmente i miei occhi raccontavano tutto il mio stato d’animo. Dopo quell’estenuante colloquio, mia madre se ne andò. Disse solo: «Ti aspetto per pranzo cara.»
Annuii. Tutta quella situazione era a dir poco, surreale.
Io e Simone saremmo stati fianco a fianco quel primo mattino di luglio e non solo. Il mio compito era principalmente quello di tenere pulito e in ordine il laboratorio, ma anche preparare i vassoi per i clienti. Nonostante il primo impatto fosse stato negativo, i due mesi passarono così rapidamente che quasi non mi accorsi che era arrivato il mio ultimo giorno di lavoro. Ero quasi dispiaciuta di lasciare la pasticceria, forse perché Simone e io eravamo stati colleghi per tutto quel periodo. E quando mi propose di festeggiare noi due soli in pizzeria, cercai di contenermi dalla felicità. Avevo conosciuto un Simone diverso da quello che scorgevo nei corridoi della scuola. Avevo anche assaggiato delle pastine deliziose fatte proprio da lui scoprendo anche il suo talento di pasticcere.
«E allora, perché fai il liceo se vorresti fare il pasticcere?»
Eravamo in pizzeria, e stavamo aspettando che le pizze arrivassero. Ancora non riuscivo a crederci che io e Simone fossimo assieme, anche se soltanto per festeggiare la fine del mese lavorativo. Lui giocherellava col tovagliolo di carta e mi sorrise, poi disse: «Sono nato tra una sfornata di bignè e una di biscotti. Fin da piccolo ho respirato il profumo del laboratorio.
Ricordo ancora quando mi misero in testa il cappello da pasticcere e un grembiule che mi arrivava quasi ai piedi. Avrò avuto quattro o cinque anni. Mio nonno che a quel tempo era il primo pasticcere, era felicissimo ed entusiasta per quel nipotino che, come da tradizione, avrebbe portato avanti l’attività ancora per molti anni.» Simone si era zittito di colpo. Ma poi lo sentii dire: «Diventare pasticcere mi sembrava una via troppo facile da seguire. Volevo sperimentare altro. Poi un giorno ti svegli e pensi che forse hai fatto male i tuoi calcoli.» Io non avrei saputo cosa dire. Ero una ragazzina che davanti a sé aveva un ragazzo tra i più contesi della scuola, che si sentiva una privilegiata perché, ne ero certa, nessuna delle sue molte spasimanti, si sarebbe immaginata un Simone di quattro anni vestito da pasticcere o che avesse raccolto le sue confidenze e i suoi dubbi. Nel frattempo erano arrivate le nostre pizze.
D’improvviso ripensai al passato. Anch’io avevo avuto un nonno a cui ero molto affezionata. Così mi venne da chiedergli:
«In questo mese non credo di averlo mai visto tuo nonno in laboratorio» Simone sorrise, poi disse: «È venuto invece, solo che tu non te ne sei accorta. Di solito entra, prende un bignè, un caffè al banco, e prima di uscire esclama: «Ma che bello questo posto! E che buono quel bignè!» Il nonno ha una sorta di demenza. La badante lo porta in pasticceria quasi tutte le mattine. A luglio e agosto però fa troppo caldo e le sue visite sono state davvero poche in questo periodo. «Mi sarebbe piaciuto conoscerlo» dissi, senza quasi accorgermene. Simone si mise a tagliare la pizza come se stesse facendo un lavoro certosino. Non rispose alla mia osservazione, ma dopo alcuni minuti dove anch’io mi diedi da fare con coltello e forchetta, disse: «Ma è vero che volevi fare l’avvocato?» Scoprii così che il bar di mio nonno era stato un passaggio giornaliero da parte di uno zio di Simone. «Zio Gino era spesso a casa mia.» mi raccontò Simone. «E tra un piatto di spaghetti e un bicchier di vino, puntualmente mio padre chiedeva: «E allora? che si dice al bar di Aurelio?» Zio Gino raccontava i vari aneddoti, le discussioni, a volte accese che ne uscivano fuori. Osservava te, quella bambina sempre appresso al nonno. Ricordo che ti descriveva con benevolenza, quasi dispiaciuto che tu fossi là, in quel posto di vecchi. Ma poi, rifletteva meglio e diceva: «Eppure, deve avere un carattere forte. È sicura che un giorno farà l’avvocato. Pensa te!» Io ero arrossita. Simone si era bloccato di colpo, forse era pentito di avermi raccontato quella storia vista con gli occhi di un cliente affezionato del bar di mio nonno. Mi strinsi nelle spalle, poi dissi: «Ho cambiato idea, riguardo al diventare un avvocato, intendo. E comunque devo pensare a terminare il liceo, poi si vedrà» Tra noi era calato il silenzio. Era come se ci fossimo spinti un po’ più in là di una semplice amicizia. Eravamo scivolati su cose più personali, come fanno due buoni amici. Lo stavamo forse diventando? E come sarebbe stato il nostro approccio una volta ripresa la scuola? Simone, ne ero quasi certa, sarebbe tornato a essere uno dei ragazzi più popolari della scuola. Solo che adesso io lo conoscevo meglio. O almeno, mi illudevo che fosse così.
Ero così assorta nell’immaginare il nostro prossimo futuro che non mi ero accorta del cameriere fermo al nostro tavolo.
«Cosa vi porto come dessert ragazzi?»
Eravamo già arrivati al dolce? Entrambi declinammo l’invito.
«Non dirmi che ne hai già abbastanza di cose dolci.»
Simone mi scrutava incuriosito, come se fossi una rarità.
«In effetti…» iniziai, «non sono mai stata molto portata per i dolci, anche se adoro il pandoro. Mi piace la sua morbidezza, quella burrosa sensazione che percepisco nelle mani, prima ancora che nella mia bocca. Fin da piccola per me il Natale era prima di tutto pandoro. I regali mi interessavano meno.»
Scoppiai a ridere. Simone mi guardava con gli occhi sbarrati come se fossi un’aliena. Quando smisi di ridere lui divenne serio, poi chiese: «Hai mai assaggiato un pandoro artigianale?»
Non sapevo cosa dire. Di solito i miei genitori prendevano dei prodotti industriali, quindi alla fine dissi di no.
«Dovresti provare» disse Simone senza scomporsi.
Nei giorni successivi, pensai spesso a quella serata e a come alla fine il tema della pasticceria fosse tornato a fare da collante tra me e Simone. Quel ragazzo era un enigma per me. Non sapevo ancora se potevo fidarmi di lui, ma soprattutto, cos’ero io per lui? Un’amica? O semplicemente la collega di un’estate?
A scuola lo vedevo di rado e mai con ragazze. In qualche occasione avevamo chiacchierato. Mi aveva confidato che si era messo di buona lena a studiare. La sua trasformazione era davvero notevole. Adesso le mie compagne sbavavano per un certo Valter, uno spilungone dell’ultimo anno che giocava a pallavolo. Simone non era più interessante per loro. A me invece, piaceva sempre di più.
D’improvviso mi tornò in mente ciò che era successo a una mia compagna di classe del primo anno di superiori. Sonia si era fatta notare subito per la sua esuberanza, ma soprattutto per la sua bellezza. Sapevamo che faceva la modella. Spesso si assentava per intere settimane per delle sfilate. Sua madre le faceva da manager, anche lei era una donna bellissima anche se poco socievole. La tragedia accadde un pomeriggio di marzo. Al volante c’era proprio la madre che rimase illesa dopo aver tamponato un furgone in autostrada e a essere a sua volta tamponata da un’altra macchina. Sonia rimase in coma per alcuni giorni e al suo risveglio niente fu più come prima.
Il suo bellissimo corpo adesso aveva delle cicatrici e non soltanto fisiche. Da quel momento Sonia era diventata una delle tante. Il suo sogno infranto e quella vitalità che la caratterizzava, non c’era più. Non ricordo nemmeno se terminò l’anno scolastico. Da allora non ho più saputo niente di lei. Così, penso che ci vuole davvero poco a che le cose cambino. Per Sonia era stato un incidente e alcune parti del corpo deturpate, per Simone invece, qualcosa di diverso. Era un suo volere, un suo desiderio di cambiare pagina.
Natale era alle porte. Ricordo bene quell’ultimo giorno di scuola prima della pausa natalizia. Avevo trovato Simone alla fermata dell’autobus. Avevamo fatto il tragitto assieme. Poco prima di scendere, gli avevo teso la mano, volevo fargli gli auguri, ma lui si era alzato ed era sceso con me. Avevamo percorso quel breve tratto che portava a casa mia in silenzio. Davanti al cancello di casa, allungai di nuovo la mano verso la sua. Stavolta lui la prese poi disse: «Non è ancora Natale. Chissà… magari ce li faremo la vigilia.»
Ero rimasta ammutolita. Lui aveva sorriso poi se n’era andato.
C’era aria di festa a casa mia. Come ogni anno mia madre superava sé stessa. Tra luci, ghirlande, candele profumate e albero di Natale, la nostra casa era in pieno mood natalizio.
La vigilia la sentii salire le scale di corsa chiamando il mio nome. Doveva essere qualcosa d’urgente per non perdere neanche tempo per entrare in camera mia. Così, di malavoglia ero uscita in corridoio. Quasi ci scontrammo in quei pochi e stretti metri quadri.
Aveva i capelli arruffati, sembrava una ragazzina in quei jeans e maglione a collo alto. «Alice!» aveva esclamato. Poi, come dopo una corsa la vidi calmarsi e prendere fiato. «È successo un fatto strano. Ti hanno recapitato un invito per questo pomeriggio. Viene dalla pasticceria dove hai lavorato l’estate scorsa. Tu ne sapevi niente?»
Non capivo perché mia madre lo considerasse un fatto strano. Percepivo il suo malumore. La sera della vigilia a casa nostra c’erano sempre zii e cugini e io dovevo aiutare mia madre in cucina. Però ero sorpresa anch’io per quell’insolito invito.
Quando arrivai in pasticceria, tutti mi salutarono cordialmente. Non riuscivo a capire se mi stavano aspettando o se invece pensassero che la mia era soltanto una visita di cortesia. Ero perplessa e stavo quasi per andarmene quando dalla porta del laboratorio vidi spuntare Simone con il cappello da cuoco in testa e un grembiule bianco davanti. Non perse tempo in convenevoli, disse solo: «Oh Alice, sei qui finalmente. Vieni dentro, il pandoro non aspetta!»
Tutti sembravano ammutoliti, e anch’io non sapevo come comportarmi. Ma Simone mi aveva nuovamente incitato a seguirlo e stavolta non persi altro tempo. Il laboratorio era come l’avevo lasciato mesi prima, solo che adesso lì dentro c’eravamo solo io e Simone.
La prima cosa che mi disse fu: «Tranquilla, è tutto sotto controllo. La produzione per oggi è terminata. Questo posto è tutto per noi.» Compresi allora che tutti erano al corrente di quella cosa.
Simone mi riportò alla realtà e disse: «Ricordi quando parlammo del pandoro? Di quanto ti piacesse quella sua burrosa morbidezza?» Certo che ricordavo, ma non mi sarei mai aspettata che lui, se ne ricordasse. Lo vidi sorridere, poi mi mise in testa un cappello uguale al suo e con voce seria disse: «Stai per preparare il tuo primo pandoro artigianale, un dolce senza tempo. Vedrai, sarà un’esperienza che non dimenticherai mai più.»
Per un po’ Simone divenne professionale spiegandomi cosa fare, e seguendomi in tutta la fase della lavorazione. Era certamente cambiato, più maturo, più serio.
Mentre il pandoro lievitava, sentii le sue braccia stringermi in un dolce abbraccio. Tutto il mio corpo vibrava. Avevo sognato tante volte quel momento, ma niente è paragonabile a ciò che provai quel pomeriggio in laboratorio. Fu un lungo abbraccio senza dire niente, non c’era bisogno di dire niente. Eravamo noi due soli. Noi e il profumo inebriante che fuoriusciva dal forno e il primo pandoro fatto da me che si gonfiava e cresceva. La magia del Natale forse ci aveva messo lo zampino, ma proprio da quel momento la nostra favola ha avuto inizio.
Bravissima!!!! Un racconto delicato che ti prende e annulli il mondo intorno per immergerti nel dolce profumo del pandoro