S.Peter's road
- emanuelastievano

- 26 gen
- Tempo di lettura: 8 min
St. Peter's road è tutta illuminata. Le insegne dei negozi e i lampioni accesi danno un tocco di vivacità e sicurezza. Anche le case, coi giardini ben curati e le facciate prestigiose, testimoniano un passato illustre.
Io, abito proprio qui non lontano dal pub dove adesso sono seduto.
Amo questo pub, ricco di storia, dove il tempo sembra essersi fermato. Eppure, un rumoroso gruppetto di turisti, mi riporta alla realtà. Li osservo mentre chini sui loro cellulari chattano e mandano foto. Hanno visi soddisfatti e allegri. Nessun pensiero sembra affliggerli.
Dov’erano stamattina quando St. Peter's road era buia e deserta? Quando il selciato rimbombava sotto i miei piedi e il freddo intirizziva le mie ossa? Sì, dov’erano mentre respiravo con affanno e il rimorso era già dentro di me? Già… a quell’ora, nessuno avrebbe pensato di camminare in St. Peter's road.
Ripercorro ancora una volta ciò che è successo. Torno con la mente a ieri sera, alla nostra cena perfetta a casa nostra. Rivedo te e i tuoi occhi grigi, ipnotici puntati sui miei, il tuo vestito di velluto rosso, impreziosito dalla collana che ti ho regalato. Risento la tua risata. E mentre i nostri bicchieri tintinnano, mi punti addosso quel tuo sguardo di sfida per non farmi dimenticare la tua superiorità.
Sei sempre stata brava a umiliarmi decantando, come fosse una filastrocca i nomi dei tuoi avi. «Questi volti appesi alle pareti», ci hai sempre tenuto a precisare, «non sono solo quadri, ma storia dell’aristocrazia britannica e della mia onorata famiglia.»
Stavolta, ero davvero stanco di sentirti. Ho provato a dirtelo. Ho provato a farti smettere.
Osservo ancora le luci e penso: «E se tornassi indietro? Rifarei ciò che ho fatto? O sceglierei di farti vivere solo per darti ancora la possibilità di mortificarmi e soddisfare il potere di possedermi?»
I miei pensieri sono bruscamente interrotti dall’entrata in scena, come fosse un dramma teatrale, del vicario. Lui è sempre stato il collante tra noi, ci conosce bene entrambi.
«Oh Paul! Proprio te cercavo. Freddino oggi, non trovi?»
Sento la mia faccia esplodere, i miei nervi in tensione. E i miei occhi? Il mio sguardo?
Cosa dicono di me? D’un tratto mi sento vulnerabile. E la mia mente va a te Charlotte, a quando dicevi: «Incredibile! Non avrei mai immaginato che tu diventassi un avvocato. Un principe del foro poi…» Per te ero solo uno che avrebbe dovuto lottare più di altri per vincere una causa.
I tuoi erano discorsi all’apparenza innocui, volti ad aiutarmi, non a demolirmi. E quando, ogni tanto dicevo: «Perché, è così strano che io sia riuscito in ciò che volevo fare fin da piccolo?» Tu tacevi. Solo una volta ti azzardasti a dire: «Veramente un giorno persi la sfida del secolo. Riguardava te, mio caro. Io affermavo che avresti lasciato l’università. Non si trattava di mancanza di fiducia nelle tue possibilità intellettuali, piuttosto, ti mancavano i mezzi economici per continuare. Ma non avevo fatto i conti con la tua caparbietà, e persi.»
Quella volta avevi riso. Poi, come nulla fosse, avevi cambiato discorso. Intanto, sentivo crescere l’odio verso di te. Eppure, anche quella sera, mentre a letto dormivi sonni tranquilli, io mi illudevo di amarti.
Il vicario mi osserva. Io mugugno qualcosa in risposta alla sua affermazione di poco fa.
Adesso mi esamina meglio. E come se gli si fosse accesa una lampadina, dice: «Tutto bene Paul?»
Io annuisco. Lui sembra soddisfatto, ma poi sgancia una bomba che mi mette in allerta:
«Cercavo Charlotte stamattina. Doveva consegnarmi i soldi delle offerte. Sai… è fine mese»
D’impulso prendo il portafoglio. All’interno, solo carte di credito, niente contanti.
Il vicario capisce e, con un cerimoniale degno di un lord, mi dice di non preoccuparmi.
«Avrete fatto bagordi ieri sera immagino…» Ed è qui che inizio a mentire. Nego di aver visto Charlotte. Il vicario adesso è perplesso. «Ma come, non era il vostro anniversario ieri?»
Già… lo era. Dieci anni di matrimonio. Dieci anni dove il tempo è stato scandito da lunghi periodi di noioso tran tran. Non diverso dalle numerose coppie che ho visto in tutti questi anni di attività. Qualche volto famoso mi ha portato a diventare, mio malgrado, importante e la mia parcella è cresciuta. Più la mia popolarità aumentava, più clienti arrivavano.
Ero come il nettare per le api. E ora? Cosa succederà quando Charlotte sarà scoperta?
«Proverò a contattarla domani» sta dicendo il vicario. Poi, mi accorgo che la mia risposta di poco prima sembra strana, così aggiungo: «Charlotte e io abbiamo anticipato di un giorno la nostra festa. Ieri sera avevo un impegno inderogabile purtroppo.»
Il vicario sembra pensieroso, come se stesse mettendo assieme i pezzi di un puzzle. Dovrei andarmene. Alzarmi con una scusa e lasciarlo lì a rimuginare sul perché Charlotte non gli abbia risposto stamattina. Invece, rimango incollato alla sedia. I nostri occhi si scrutano.
È un duello il nostro. Silenzioso e caparbio.
All’improvviso ho un dubbio. Un dubbio così atroce, tanto da sentire il mio cuore palpitare più forte e deciso.
E se il vicario sapesse già che Charlotte non potrà più dargli i soldi delle offerte che aveva raccolto per questo mese? E se lui sapesse già tutto? Se mi avesse visto stamattina mentre la strada era ancora buia? Se avessi commesso uno stupido errore che conducesse a me?
Sorseggio il mio whisky nella speranza che mi dia un po’ di coraggio.
Alibi: qual è il mio? Potrei mai farla franca in un processo contro di me?
Già lo sento il coroner: «Vostro onore! Mi sembra tutto evidente. Il qui presente Paul Collins, iscritto all’ordine ecc. ecc.…, si è macchiato di un crimine efferato uccidendo sua moglie!»
Il verdetto non tarderà ad arrivare e io finirò a marcire in galera. Potrei evitare tutto questo semplicemente andandomene. Cambierei identità, ricostruirei una nuova vita.
«Cosa ti opprime, Paul?»
Il vicario mi guarda e aspetta. Con qualche bicchierino in più, potrei raccontare tutto. Sono certo che mi assolverebbe.
«Nulla» rispondo, «beghe di lavoro, niente di importante Vic»
La mia risposta non sembra impressionarlo. Lo vedo armeggiare con qualcosa in tasca. Ne estrae un telefono che avrà almeno vent’anni. A lui i social non interessano. Ha una fotocamera molto ridotta.
Ci fu un Natale in cui Charlotte paventò l’idea di regalargli un telefono di nuova generazione ma lui, in un sermone era stato chiaro. Con voce tonante aveva esclamato: «Io aborro queste diavolerie! Che non vi venga in mente di farmi cambiare idea!»
Adesso, quel telefono che ormai nessuno vorrebbe più, viene rivolto verso di me.
«Stavi uscendo da casa stamattina Paul. Ti ho visto. Sei tu questo, non puoi negare.»
Adesso la mia testa sta girando. Deglutisco a fatica. Il vicario ha una prova in mano. Sa che gli ho mentito. Sa che ieri sera ero a casa. Sa che probabilmente io e Charlotte abbiamo festeggiato il nostro anniversario. Ma cos’altro sa? E perché ha sentito il bisogno di fotografarmi?
Sono in panico. Avrei dovuto andarmene prima. Prima che le cose precipitassero.
Chi l’ha chiamato? I domestici non c’erano.
Nessuno avrebbe potuto aiutare Charlotte. Nessuno poteva salvarla.
«Cosa sai?» gli chiedo. Ho il palato asciutto e le mani sudate.
Invece di rispondere, il vicario torna a chiedere: «Cosa ti opprime Paul?»
Non devo crollare. Se crollo, sarà la fine per me.
Il mio whisky è terminato. Tento di portare il bicchiere alla bocca. Sento quel gusto inconfondibile, legnoso e forte. Vorrei affondare la testa su un mare di whisky e inalarne l’essenza.
Ma la mano del vicario afferra la mia e posa il bicchiere sul tavolo.
«Da quando abusi con l’alcol?»
La voce che sento è cantilenante. Non è quella del vicario. La conosco ma non riesco a decifrarla.
Mi volto verso quel suono, ma tutto gira vorticosamente e la mia vista si annebbia.
So di aver perso la lucidità e so anche che adesso tutto si complica.
«Coraggio amico!» Di nuovo quella voce. Mi giro, e oltre la nebbia, scorgo il mio capo.
«Non mi sento molto bene» riesco a dire. Lui invece, non dice nulla. Trascina una sedia vicino a quella del vicario, così adesso sono entrambi di fronte a me. Dopo alcuni istanti lo sento dire: «Lo so. Ho parlato con Charlotte stamattina. Mi ha anche detto che ti avrei trovato qui.»
«Non è possibile» farfuglio. Penso che non mi abbia sentito, invece ribadisce di averci parlato.
Io insisto. Affermo che anche il vicario l’aveva cercata e che non rispondeva al telefono.
Il vicario alza gli occhi dal suo datato telefono, mi guarda, poi dice: «Confermo ciò che ha detto il tuo capo. Charlotte mi ha appena mandato un messaggio. Si scusa per il ritardo. Sai… le offerte… Siamo a fine mese.»
Da quanto tempo sono in questo pub? Un’ora? Due ore? Avrei potuto alzarmi e andarmene. A quest’ora sarei già su un aereo il più lontano da qui.
Si stanno burlando di me, lo sento. Vogliono farmi confessare. Quando sono uscito stamattina, Charlotte era morta. Morta! Potrei liberarmi di questo peso, potrei confessare e chiederei di lasciarmi perfino spiegare il mio motivo. Ma qualcosa mi blocca. Osservo i due uomini seduti davanti a me.
Stanno confabulando tra di loro, come se io non ci fossi.
«Sentite…» inizio, ma loro continuano a ignorarmi. La situazione è grottesca. Mi sento escluso dai loro discorsi, dalla loro vita. In un impeto di rabbia batto un pugno sul tavolo.
Ed è in quel momento che accade ciò che ho sempre temuto. Due poliziotti si palesano davanti al mio tavolo. Le sedie difronte a me sono vuote. Sono confuso. Dov’è il vicario? E dov’è il mio capo? Mi hanno abbandonato. Sono solo, assieme al mio bicchiere vuoto.
«Paul Collins?» La voce dal tono informale è quella del più basso dei due. Ha le labbra screpolate, forse dal freddo, forse deve solo bere. Vorrei offrirgli un whisky, e dirgli che Paul Collins è appena uscito. L’idea mi sembra buffa, ma non rido.
Il più alto mi scruta come se volesse carpire i miei pensieri. Non una parola, solo silenzio. Poi, è ancora il primo a parlare. «Ci segua signor Collins». Di nuovo, quell’intonazione quasi amichevole, ma è un comando.
Fatico ad alzarmi. Tremo, ho le gambe molli, le mie mani sono fredde e nella mia testa c’è una voce che non smette di gridare anche se non riesce a uscire. Dice:
«Ho ucciso una donna! Ho ucciso mia moglie! L’ho fatto perché non riuscivo a ribellarmi al suo carattere. Non posso dire che non volessi farlo. Lo volevo, lo volevo da anni!
Ieri sera mi ero illuso che mi amasse come una volta. Ma stamattina… stamattina era sempre lei, pronta a rimarcare le sue nobili origini e a denigrare le mie. Avrei potuto uscire da casa e sfogare i miei istinti camminando, come molte volte ho fatto. Invece stavolta…»
Ecco, questa è la mia confessione, chiusa, intrappolata nella mia testa.
E intanto, seguo i due uomini.
Non oso chiedere niente, ma questo silenzio mi opprime. In preda a qualcosa di più grande, mi fermo ed esclamo: «Arrestatemi! Sono colpevole! Non lasciatemi in questo oblio!» I due poliziotti si scambiano occhiate, forse segnali. Sono perplessi. Il più tozzo dei due dice all’altro: «Credo stia citando un passo dell’Inferno di Dante.» Io strabuzzo gli occhi e continuo: «Questa mattina, saranno state le 6 o giù di lì, ho soffocato mia moglie. Ci eravamo svegliati molto presto entrambi. Fuori era buio qui a St. Peter's road. Adesso la vedete tutta illuminata, ma stamani, neanche un lampione era acceso. Allora ho pensato: «È il momento giusto per farlo, e l’ho fatto.»
I due non dicono una parola e non mi arrestano.
In silenzio, riprendiamo a camminare e raggiungiamo la mia casa. Sulla porta, Charlotte mi osserva. Il suo volto è un grande rimprovero. Dietro di lei, il vicario mi sorride.
Allora mi torna in mente la sua domanda: «Cosa ti opprime Paul?»
Forse, la consapevolezza di aver fallito anche stavolta.




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