La partita a bridge
- emanuelastievano
- 28 apr 2023
- Tempo di lettura: 11 min
Il mercoledì sera, non si sgarra: cascasse il mondo, la partita a bridge non si deve saltare. Regola sempre rispettata da ambo le parti. Noi siamo i Johns, la coppia che quindici anni fa ha acquistato un attico con vista mare. Proprio sotto di noi, ci sono i Lincoln, loro vivevano in questa palazzina già da alcuni anni. I primi giorni del nostro arrivo, quando io e mio marito ci sedevamo a tavola per cena, ci sentivamo davvero in pace, il silenzio regnava sovrano. Sembrava che al piano inferiore non ci fosse nessuno. Avevamo anche pensato di scendere a presentarci come fanno i buoni vicini di casa. A essere sinceri, eravamo spinti più dalla curiosità che da un genuino interesse. Comunque, per qualche motivo, in quei giorni, ce ne scordammo. Non era passata neanche una settimana che le cose cambiarono drasticamente. Io e George, stavamo conversando del più e del meno quando improvvisamente, sentimmo l’urlo acuto di un bambino che si sovrapponeva a quello di gente più adulta. Ci preoccupammo subito. Era come se si fossero svegliate delle creature misteriose che fino a quel momento erano state silenti. Io e mio marito ci guardavamo indecisi sul da farsi. Avevo decantato la tranquillità di quel posto forse un po’ troppo presto. Io e George saltammo in piedi. Eravamo pronti a scendere e mettere in chiaro fin da subito che urli e schiamazzi non erano un buon biglietto da visita per presentarsi quando d’improvviso, le grida cessarono. Stavamo per tirare un sospiro di sollievo quando quel momentaneo silenzio, fu rotto da uno scampanellio. Ci misi un attimo a capire che quel suono apparteneva al nostro campanello. Il din don cessò solo quando andai ad aprire. Davanti a me, c’era una donna dai capelli castani che le arrivavano alle spalle. La pettinatura mossa, le conferiva un aspetto non perfettamente in ordine. Teneva in braccio una bambina di pochi anni. Lei aveva i capelli biondissimi e due occhi azzurri come il mare riflesso dal sole. La donna e la bambina portavano entrambe jeans e maglietta anche se di colori diversi. Io ero rimasta a bocca aperta. Non riuscivo a capirne il motivo, ma mi sentivo a disagio. Erano loro le urlatrici del piano di sotto? Chissà perché, non avevo nessun dubbio al riguardo. La donna si schiarì la voce, poi come se stesse per affrontare un’intervista per un posto di lavoro, prese un tono professionale, almeno, quella era stata la mia prima impressione. Era buffo perché ciò che disse non aveva nulla di preparato. La donna, semplicemente si presentò. “Salve, sono la signora Iolanda Lincoln e lei è Bea la mia piccola peste. Abitiamo al piano di sotto e Bea ha insistito per fare subito la vostra conoscenza anche se siamo tornati da neanche un’ora. ” Ecco spiegato il silenzio dei giorni scorsi. I signori Lincoln non c’erano stati. Schiarii anch’io la voce, non perché ne avessi un reale bisogno. Desideravo solo prendermi un momento per dare a Iolanda il tempo di osservarmi per bene. Forse ci avevano intravisto nei mesi scorsi mentre salivamo con l’architetto per organizzare la posizione dei nostri mobili. A ogni appuntamento avevo sempre cercato di essere impeccabile con i capelli e gli abiti perfettamente in ordine. Immaginavo Iolanda con Bea in braccio a spiare dallo spioncino i loro futuri vicini. Le impressioni possono dare idee sbagliate a chi ci sta osservando. Al nostro primo faccia a faccia, il mio abbigliamento non poteva essere più casual di così. A casa mi piaceva stare in tuta e i capelli li raccoglievo in una coda che a parere di George, mi toglieva qualche anno. Con l’espressione più convincente possibile dissi: “Mi fa molto piacere conoscerti Iolanda, come pure tu piccolina. Io sono Marta e mio marito che probabilmente è nel suo studio in questo momento, si chiama George,” Eravamo ancora sulla soglia e sinceramente ritenevo conclusa la nostra conversazione, ma Bea non era di quell’avviso perché disse, guardando verso l’interno dell’appartamento: “Credo che tuo marito sia in bagno” Io ero involontariamente arrossita. A Iolanda invece, sembrò un’osservazione del tutto normale infatti disse: “Bea è in quella fase a cui non sfugge nulla.” La bambina sembrava soddisfatta, così ritenne opportuno aggiungere: “Ho sentito tirare lo sciacquone come fa sempre papà, anzi, lui lo tira sempre due volte, vero mamma?” Il mio imbarazzo era al limite. Bea era sicuramente abituata a essere schietta, a dire insomma tutto ciò che le passava per la testa. Non sapevo ancora bene come uscirmene da quella situazione, quando fu proprio Iolanda a trovare la soluzione. Con fare allegro disse: “Su Bea, dai la buonanotte a Marta senza dimenticare quella cosa importante di cui abbiamo parlato prima di suonare il campanello.” Io mi sentivo tesa. C’era qualcosa che dovevano dirmi? E lasciavano a Bea quel compito? La bambina ancora in braccio della mamma, mi si avvicinò e mi posizionò un bacio con schiocco sulla guancia, poi disse: “Mamma, papà e io, vorremmo avervi ospiti a casa nostra domani sera. La mamma cucinerà per tutti, ma tu, porterai un dolce?” Non avevo mai conosciuto una bambina più sfacciata di quella, però, chissà perché, non ne ero disturbata. Le carezzai i capelli, poi dissi: “Al cioccolato può andar bene?” Lei mi si buttò letteralmente addosso abbracciandomi stretta. Quando richiusi la porta, George mi stava fissando dal corridoio. Dissi solo: “Se hai assistito alla nostra conversazione, non dire niente. Domani sera siamo ospiti dai Lincoln.” Lui rimaneva serio, ma i suoi occhi erano intrisi di ilarità. Alla fine disse: “E preparerai tu stessa un dolce al cioccolato?” La presi come una sfida e il pomeriggio successivo mi cimentai con tanto di ricetta trovata online. Quel mattino però, mentre ero al lavoro, ogni tanto ripensavo a Iolanda e Bea. Ne avevo parlato con la mia collega, nonché amica, Giuly. “Be’? Che c’è di strano?” disse lei confutando le mie perplessità. “E’ che mi sembrano un po’ svitate sia la madre che la figlia” ribattei io. Ma Giuly non era per niente d’accordo con me infatti disse: “Solo perché la bambina è stata sincera? A me piacerebbe avere una vicina come Bea.” “Perché non l’hai sentita urlare” puntualizzai io. Comunque, su una cosa io e Giuly eravamo in sintonia: non c’era dubbio che Iolanda e Bea avevano preso l’iniziativa di fare la nostra conoscenza, mentre né io, né tantomeno George, avevamo fatto granché, anzi… mio marito si era tenuto ben lontano dal venire sulla soglia a farsi conoscere.
Il profumo che usciva dal forno mi gratificava da tutto il lavoro che avevo fatto per creare il mio piccolo capolavoro. Devo ammettere che mentre gli ingredienti erano sparpagliati sul piano della cucina, il mio pensiero andava alla “piccola peste” come Iolanda aveva chiamato Bea. Io e George ci eravamo fatti scivolare così in fretta gli anni, che non c’era stato spazio per pensare ad avere dei figli. Eravamo due individui ben attaccati ai nostri spazi che il pensiero che qualcun altro vi si insinuasse, non ci aveva mai sfiorato. Eppure, quel pomeriggio mi stavo dannando affinché una semplice torta al cioccolato, facesse felice una bambina impertinente per giunta appena conosciuta. E per la prima volta, provai una sorta di rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere la mia vita se fosse andata in una direzione più tradizionale. Fantasticai, immaginando la mia casa piena di vita con due o tre figli che andavano e venivano invitando amici a cena all’ultimo minuto. Non riuscivo a vedermi impegnata a cucinare per quattro o più persone tutti i giorni. Che razza di madre sarei stata io? Continuavo a pensarci mentre guardavo soddisfatta la torta lievitare nel forno e un velo di tristezza si impadroniva di me. Quella sera, mentre Bea mi dava l’ennesimo bacio chiedendomi di restare ancora un po’ da lei, mi sentivo straordinariamente bene. La sua spontaneità era disarmante e aveva un effetto calmante su di me. La cena poi era stata sublime. Iolanda aveva cucinato dando pieno sfogo alla sua creatività. Non c’era stata una sola di quelle pietanze che non mi fosse piaciuta. E quando arrivò il momento del dolce, io mi sentii un tantino inferiore a lei. Mi ero dannata per un intero pomeriggio solo per una portata, mentre Iolanda era stata in grado di fare un sacco di cose sicuramente con più efficienza e organizzazione. Nonostante le mie preoccupazioni, il dolce al cioccolato fu apprezzato da tutti. Iolanda mi chiese la ricetta; al che mi sentii avvampare perché non ricordavo quanti fossero gli ingredienti. Mi si era annebbiata la mente. Cercavo di ricordare il numero di uova utilizzate; erano tre o quattro? Insomma, ero in confusione. Non bastava che apprezzassero il dolce e basta? Qualcosa accadde, perché Iolanda mi si avvicinò e quasi in un sussurro disse: “Per essere una neofita in fatto di dolci te la sei cavata magnificamente.” Dopo quelle parole, mi sentii più tranquilla anche se un po’ stupita lo ero. A quel tempo non sapevo la sua età. Più tardi, negli anni, arrivarono compleanni e anniversari da festeggiare tutti assieme. Fu sconvolgente scoprire che tra me e lei c’erano solo cinque anni di differenza. Un giorno mi confidò che Bea arrivò dopo ben quindici lunghi anni di tentativi e altrettante delusioni. “Ormai io e Daniel avevamo perso le speranze di diventare genitori” mi disse “poi accadde il miracolo. Io avevo quarantadue anni…” Tornando a quel nostro primo incontro tra vicini di casa in cui sconoscevo totalmente la loro storia, capii, dopo le parole di Iolanda, che io non dovevo dimostrare nulla e soprattutto che non ero in competizione con nessuno. Mentre Bea mi bombardava di domande, era interessata soprattutto a sapere se a casa mia ci fossero giocattoli, osservavo George impegnato in una conversazione con Daniel. Da quando ci aveva accolti alcune ore prima, ciò che erano spiccati di più in assoluto, erano stati i suoi occhi. Bea li aveva ereditati da lui, non c’era alcun dubbio a riguardo. Daniel era quel che si dice: un bell’uomo, aveva i capelli biondi con qualche filo grigio che spuntava vicino alle orecchie. E poi aveva un sorriso coinvolgente. Durante la cena, ci parlò con orgoglio del suo lavoro. Io e George non riuscivamo a credere se quello che diceva fosse vero o se ci stesse semplicemente testando. “E così tu lavori divertendoti!” esclamò mio marito ancora non del tutto convinto se credergli oppure no. A quel punto Daniel si fece serio e disse: “Non è proprio così semplicistica la cosa. Io collaudo tutto ciò che il parco acquatico dei divertimenti, offre. Questa verifica, è importante affinché tutti lo possano frequentare in sicurezza. Sono pagato per provare le attrazioni ma la mia responsabilità è quella poi di attestare che ogni cosa sia stata fatta a norma e a regola d’arte.” Dopo quella spiegazione eravamo rimasti tutti in silenzio, rotto poi da Daniel che disse: “Comunque… che rimanga tra noi: mi diverto alla grande!” Io e George salimmo la rampa di scale che portava al nostro appartamento, ridendo e tenendoci sulla ringhiera per paura di non cadere. Tornati nel nostro attico. A letto cercavamo di concentrarci sul libro che stavamo leggendo, in realtà pensavamo ai Lincoln. Ci piaceva tutto di loro, o almeno, così credevo. Fu George a riportarmi coi piedi per terra quando disse: “Ah dimenticavo… Daniel ci ha ingaggiato per giocare a bridge con loro il mercoledì sera.” Bridge? Ma prima che io iniziassi a ribattere sul fatto che né io né George conoscevamo questo gioco, mio marito disse: “Ho mentito Marta. Quando Daniel mi ha detto con tanto entusiasmo che era felice che noi fossimo i loro vicini, che aveva sperato tanto di riprendere a giocare a bridge come aveva fatto con chi ci aveva preceduto, non sono riuscito a dirgli che noi non sapevamo giocare. Avevo già capito che ci sarebbe rimasto male.” Ero senza parole. Fin che si trattava di preparare un dolce, forse anche una cena, l’avrei fatto, ma imparare le regole del bridge… Eppure questo è proprio ciò che accadde. Io e George studiammo le regole interrogandoci l’un l’altro. Eravamo due folli che a cinquant’anni si sentivano improvvisamente coinvolti così tanto che perfino noi stessi stentavamo a riconoscere ciò che eravamo stati fino a pochi giorni prima. Il giorno prestabilito scendemmo le scale quasi come se stessimo andando a un esame importante. Daniel e Iolanda ci accolsero. Avevano già messo a letto la piccola Bea il che mi dispiacque un po’. Prima di iniziare, George ci tenne a dire che eravamo un tantino arrugginiti. Con i Lincoln, non c’era dubbio, era nato un idillio. Come quando scatta la scintilla dell’amore, noi volevamo piacere ai Lincoln. La nostra prima volta col bridge, fu memorabile, io ero in coppia con Daniel e George con Iolanda. Non successe niente di tutto ciò che avevamo temuto. Ci calammo nella parte proprio come giocatori navigati. Quella sera io e Daniel portammo a casa la vittoria. Se ci penso adesso, non so ancora come accadde, ma io mi impegnai così tanto che tutto mi appariva semplice. Solo anni dopo, mentre festeggiavamo assieme l’arrivo del nuovo anno, Daniel disse: “Siete i vicini migliori che io, Iolanda e Bea potessimo mai desiderare”. D’impulso guardai nella direzione di Bea ormai tredicenne mentre parlava allegramente con la sua amica Amanda. Gli anni erano passati in fretta, eppure, per me Bea era ancora quella bimbetta impertinente che aveva tanto insistito per conoscere me e George quella sera ormai lontana. Daniel aveva un sorriso quasi beffardo. Avevo capito che stava per dire qualcosa, ma che stava cercando le parole giuste per dirla. Alla fine quelle parole gli uscirono e io ringraziai l’oscurità che nascondeva il vero colore della mia pelle. “E poi, Iolanda e io, non avremmo mai immaginato che per farci contenti, avreste imparato sul serio a giocare a bridge!” Scoppiammo tutti a ridere. Era chiaro che non eravamo riusciti a ingannarli. All’improvviso mi ero sentita un po’ stupida, ma ci pensò George a risollevare il mio spirito con queste parole: “Iolanda e Daniel, avete voluto scherzare con noi, ma io e Marta, vi abbiamo preso terribilmente sul serio”.
“Il mercoledì sera, non si sgarra: cascasse il mondo, la partita a bridge non si deve saltare”. E’ sempre stato il nostro motto, ma a volte, altre situazioni decidono per te come quella volta che lo squillo di un telefono irruppe nel silenzio della nostra concentrazione. Iolanda si alzò di scatto e andò a rispondere. Daniel aveva posato il mazzo di carte che teneva in mano e guardava come ipnotizzato Iolanda. Quando tornò al tavolo, i suoi occhi erano lucidi. Incapaci di dire una parola, aspettammo che lei dicesse qualcosa. Alla fine disse: “Sto cercando di metabolizzare ciò che Mark mi ha appena detto: sono tre i gemelli e non due. Bea è diventata mamma di due femminucce e un maschietto”. Bea si era trasferita in Germania per seguire Mark, il suo compagno di vita e lì aveva scoperto di essere incinta. Non riuscivo a immaginarla nella nuova veste di madre, ma chissà perché, ero pronta a scommettere che ci sarebbe riuscita alla grande. Ero dispiaciuta di non poterla abbracciare. Quella sera il gioco del bridge lasciò il posto ai preparativi per andare in Germania ad aiutare Bea “Almeno per i primi tempi” aveva sottolineato Iolanda. Per la prima volta in tanti anni, io e George ci sentivamo di troppo in quella casa, ma poi Daniel disse: “Ehi voi due, che ne direste di supportarci in questa nuova avventura? Siete mai stati in Germania? Mark ha un appartamento libero proprio sotto casa sua e…”
Non ci fu bisogno di dire altro. Dopo due giorni partimmo alla volta di Friburgo. Nella nostra valigia avevo stipato un po’ di tutto. Avevo comprato dei completini per i nuovi nati e altri regali per Bea e Mark. In aereo eravamo tutti sovraeccitati. Iolanda ad un tratto disse: “Daniel, ho come l’impressione di aver dimenticato qualcosa…” Ci fu una serie interminabile di elenchi di cose che andavano fatte e di cose che andavano messe in valigia. “Sembra che non manchi niente” stava dicendo Daniel, poi però divenne serio. “Le carte!” esclamò, come colto dalla disperazione. Allora io sorrisi e dissi: “A Friburgo sono certa che vendano carte da gioco. Comunque… le nostre sono in valigia assieme a tutto il resto”.
Daniel mi ringraziò platealmente augurandosi che le valigie non andassero perse. Io e Iolanda ci guardammo e ci capimmo al volo. Quell’amicizia che durava da quasi venticinque anni, ci aveva reso come due sorelle. Ero sicura che entrambe immaginavamo noi quattro intenti a giocare la nostra partita a bridge e la voce di Bea alle nostre spalle che diceva: “Ora basta! Siete qui per aiutarmi non per giocare!”
Noi siamo i Johns e i Lincoln! Due coppie che si dividono solo il mercoledì quando si gioca a bridge.

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