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I rintocchi di un nuovo giorno

  • Immagine del redattore: emanuelastievano
    emanuelastievano
  • 21 mag 2024
  • Tempo di lettura: 5 min

Il pendolo ha battuto nove colpi e io comincio a sentire il peso di questa attesa. La tavola è apparecchiata come ogni sera, per due. Ogni dettaglio studiato, affinché mio marito ne possa apprezzare stile ed eleganza.

Quante volte l'ho sentito dire: "Un buon pasto non è tutto!"

Michele osserva sempre la disposizione delle posate, anche se poi non l'ho mai visto fare onore al cibo che mangia.

È sempre stato così, fin da quando lo conobbi vent'anni fa.

All'inizio non è stato facile per me adattarmi a tutte queste regole del galateo ma poi mi dicevo che, dopotutto, mio marito non è esigente. Ho sempre saputo fin dall'inizio che lui era così. D'altra parte è cresciuto in una casa dove il bon ton è un modo di vivere. Avrei potuto andarmene fin dal primo incontro che ebbi con la sua famiglia. Notai subito quella maniacale cura nell'apparecchiare la tavola. Non ho mai saputo se la cameriera mi prendesse in giro quando mi confidò che aveva dovuto studiare su un libro donatole da mia suocera, proprio per non sbagliare mai a preparare la tavola in ogni circostanza.

Ciò che non avevo compreso allora, era quanto Michele, il mio futuro marito fosse così uguale a sua madre anche in questo.

Nei momenti di sconforto mi sono spesso chiesta come mai si fosse innamorato proprio di me, la figlia del suo analista.

Ricordo ancora la faccia di mio padre quando seppe della nostra relazione. "Spero non sia una cosa seria Sabrina" aveva detto lui una sera a tavola. Mia madre era intervenuta ricordandogli a quale famiglia appartenesse Michele, ma lui aveva esclamato:

"Il rango non è una specie di curriculum che fa grande un individuo. Nella fattispecie, il mio paziente ha solo avuto la fortuna di nascere in una famiglia agiata con un passato nobiliare a cui fa continuo riferimento. Come se bastasse questo ad aprirgli tutte le porte dell'Universo."

Io vedevo solo un giovane uomo pieno di attenzioni verso di me.

Ma poi, più la nostra storia diventava importante, più mio padre si ammorbidiva. O forse aveva capito di aver perso la battaglia.

D'altra parte, Michele ben presto smise di frequentare lo studio di mio padre, e quello, probabilmente fu uno sbaglio.

Eppure i primi inizi della nostra vita a due sono stati imperniati di tenerezza e premura verso di me. Michele aveva iniziato a lavorare in una multinazionale come consulente. Io ero la segretaria nello studio di mio padre che comprendeva anche altri medici. Non avevo un lavoro di prestigio, a detta di Michele, ma gli piaceva trovarmi a casa quando ritornava da un viaggio.

C'erano queste ombre tra di noi quando si parlava del mio lavoro.

Spesso Michele iniziava un discorso citando la madre, diceva:

"Sai… a mia madre sembra impossibile che una ragazza brillante come te si sia fossilizzata in quello studio per fare soltanto da segretaria…" A quel punto mi chiudevo a riccio e non rispondevo. Quella donna era tra noi, e io non potevo ignorarlo. Così, di malavoglia, mi ero buttata su corsi di vario tipo. Ma non c'era niente che mi piacesse davvero. Però mi facevo trovare impegnata, così quando andavo a pranzo dalla suocera, lei poteva dire: "E come va al corso di scultura cara?"

Cara… Mi veniva difficile pensare a quella donna in termini di benevolenza. Ma quello era un prezzo che ero tenuta a pagare visto che mi ero presa suo figlio.

Il fatto che poi la prole non arrivasse, rendeva tutto più complicato. Dopo i primi anni, la speranza andava via via affievolendosi, e così anche la gioia tra di noi.

Il rito del galateo a tavola, iniziò quasi subito. Non si trattava soltanto di apparecchiare in modo impeccabile per la cena, ma anch'io dovevo essere vestita di tutto punto, esattamente come lo era sua madre, e le donne delle generazioni passate.

La colazione e il pranzo invece, li faccio a modo mio, non perché lui si adatti a me, semplicemente sono sola in casa, sola come adesso che il pendolo ha battuto dieci colpi.

Non è mai successo che Michele tardasse così tanto. Se c'è una cosa che va a favore di mio marito è che avverte sempre quando tarda. Lo fa sempre, tranne stasera. Guardo dalla finestra la strada ormai buia. I lampioni in lontananza mi danno un lieve conforto. Le luci delle macchine in distanza scorrono via. Spero sempre di scorgere quelle familiari di Michele che svoltano nel vialetto di casa, ma invano.

Ho provato a contattarlo, ma una voce metallica mi dice che è irraggiungibile. Il numero di sua madre l'ho evitato. C'è qualcosa che mi impedisce di farlo. Non saprei da dove derivi, o forse lo so bene. Il nostro è un rapporto malato, meno la sento, meglio sto. Ho chiamato anche il pronto soccorso, ma nemmeno lì è arrivato. Non so cosa pensare, e intanto osservo la tovaglia ancora impeccabile. Le pietanze sono ormai fredde, ma che importa! Eppure, dentro di me il mio stomaco protesta. Non mangio da ore… Così, forse per disperazione, forse per ribellione, vado ai fornelli. Potrei riscaldare lo stufato di carne e verdure ormai freddo, poi ci ripenso e ne verso un po' sul mio piatto. Per una volta utilizzerò il microonde. Michele lo detesta, me lo ha preso solo in un raro momento di tolleranza.

Mi avvicino al piccolo forno, e proprio mentre sto per aprire la sua porticina, mi accorgo di un sottile foglio di carta che sporge da sotto il microonde. È strano, ho passato diverse ore qui in cucina, ma quel foglio è sfuggito alla mia vista.

C'è uno strano presentimento che mi assale. Più mi avvicino, più mi rendo conto che quel foglio può darmi una spiegazione alla mia lunga attesa vana di un marito che sembra si sia volatilizzato. La mia mano freme per prenderlo, ma la trattengo ancora un po'. Sono forse a un passo dalla verità. La mia mente va alla voce di mio padre, ai suoi ammonimenti di un tempo. La mia cocciutaggine non l'aveva mai del tutto placato. Non ho mai saputo quali fossero i reali problemi di Michele. Perché aveva deciso di andare da un analista? D'un tratto mi rendo conto di quante cose non siano state dette tra noi, di quanto mi sia pesato, davvero pesato adattarmi a quel bon ton a cui io non sentivo di appartenere, a quella maschera che non mi sono mai tolta per paura di non piacergli più. Guardo il foglio. Stavolta lo prendo con decisione. Ed eccola là, quella calligrafia perfetta che gli ho sempre invidiato. Mi appoggio al mobile e leggo: "Sabrina… non piangere per me, non ne vale la pena. Ti lascio libera di vivere la vita come tu vuoi. Non me ne sto andando perché non ti amo più, tutt'altro. Ma c'è qualcosa che non va in me. Avrei dovuto continuare ad andare da tuo padre, ma credevo di essere guarito. Non è così. Mia madre mi opprime, ma è l'unica che sa calmarmi. Ti prego, rifatti una vita, e lascia perdere quegli stupidi corsi che non ami fare. Perdonami, se puoi. Michele"

Leggo e rileggo quelle poche righe. Sarà strano, ma le sento sincere come non mai. E allora, riscaldo il piatto e inizio a mangiare. E proprio mentre mi verso un bicchiere di vino, il pendolo batte dodici colpi. È mezzanotte! Un nuovo giorno si affaccia in questo strano, misterioso mondo. E per la prima volta, brindo da sola. Brindo alla mia strana solitudine e alla ritrovata libertà. Osservo per l'ultima volta la tavola disposta con gusto ed eleganza, ottima per un perfetto servizio fotografico.

Con decisione, prendo posate, piatti, bicchieri, tovaglioli, e rimetto tutto al loro posto. Ripiego con cura la tovaglia.

E quando guardo il tavolo finalmente spoglio, sorrido.

Non sarà semplice, ma ricomincio da qui. Il pendolo scandisce il tempo. Uno, due… Sono i rintocchi di un nuovo giorno.

 

 

 

 

 



 
 
 

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