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I fifì di zio Oliver

  • Immagine del redattore: emanuelastievano
    emanuelastievano
  • 30 apr 2023
  • Tempo di lettura: 11 min

Cravatte, cravatte, quante cravatte! L’armadio di Jeff ne ospitava così tante che ormai non si contavano più. Aveva riservato un angolo esclusivamente per loro, appese in modo tale che non si stropicciassero e che la scelta giornaliera fosse così facilitata. Jeff vestiva sempre con eleganza e il buon gusto si vedeva anche nella scelta delle sue cravatte, niente scritte strane o stampe colorate: le sue cravatte non avevano nulla di tutto ciò.

Ci fu un compleanno in cui i suoi amici che conoscevano bene la sua passione, gli regalarono un cravattino blu e fecero una scommessa tra di loro. C’era chi diceva che mai avrebbe indossato quel cravattino, altri invece erano convinti che, essendo un regalo, lo avrebbe messo almeno una volta. Ovviamente questi ultimi persero la scommessa. Jeff li ringraziò senza replicare ma ripose il cravattino in armadio dentro ad un cassetto nascosto alla sua vista.

La vita di Jeff scorreva tranquilla, forse era un po’ ordinaria ma lui non se ne lamentava, dopotutto era molto soddisfatto del suo lavoro e questo a lui bastava.

Un giorno il suo capoufficio, gli porse un biglietto d’invito. Si trattava di una cena di lavoro che si sarebbe tenuta l’indomani sera. Jeff si sentì lusingato visto che era il presidente della sua azienda a volere la sua presenza.

Il suo capoufficio tergiversava, avrebbe dovuto lasciargli l’invito e andarsene, invece era ancora lì in piedi davanti a lui che lo guardava con fare interrogativo. Alla fine si decise a parlare. Si schiarì la voce e disse: “È un vero privilegio questo invito lo sai vero Jeff? Si tratta di una cena a cui non tutti qui partecipano. Il presidente è stato molto selettivo, ma…” L’uomo si interruppe aspettando la reazione di Jeff che non venne perciò si fece coraggio e proseguì dicendo: “Vedi Jeff, il fatto è che … che è richiesto di indossare un cravattino al posto di una cravatta.” Nessuna reazione da parte di Jeff, quindi il capoufficio sentendosi ancor più in imbarazzo continuò: “Mi spiace Jeff, so quanto grande è la tua passione per le cravatte ma…” Jeff lo interruppe mettendo una mano sulla spalla del suo superiore poi disse: “Va tutto bene Ron, indosserò ciò che è stato richiesto.” Prese finalmente l’invito e tornò alla sua postazione anche se ormai la concentrazione era svanita.

Forse il presidente sapeva di quanto lui tenesse alle sue cravatte e voleva metterlo alla prova, o forse era stata solo una coincidenza e il presidente non aveva pensato assolutamente a lui. Dopotutto, che male c’era se cambiava per una volta il suo modo di vestire? Sarebbe stato ugualmente elegante anche con un semplice cravattino.

Decise di andare in un negozio del centro commerciale, non avrebbe mai osato entrare nella sua bottega di fiducia che da anni lo serviva. Sarebbe stato imbarazzante. Quando entrò, i suoi occhi andarono a posarsi sulle cravatte. “Non sono male neanche qua”. Pensò tra sé Jeff. Quando il commesso che mostrava le sue braccia orgogliosamente tatuate gli si avvicinò, disse: “Vedo che ha buon gusto signore. Queste cravatte sono in pura seta e sono ancora in saldo fino a domani, quindi perché non approfittarne?” Il ragazzo gli sorrise con fare ammiccante. Jeff ebbe un piccolo capogiro poi disse: “Sì, sono davvero molto belle ma sono venuto perché ho bisogno di un cravattino.” Pronunciò la parola “cravattino” con distacco come se un senso di fastidio si fosse impossessato di lui. Il commesso lo guardò con perplessità ma si riprese subito e disse: “Certo, se è un cravattino che desidera, l’accontento subito.” E prima che Jeff potesse ripensarci, il ragazzo con grande maestria, aprì un cassetto dove giacevano in bella vista cravattini di tutte le sorti e per tutti i gusti. Jeff ebbe un altro capogiro e istintivamente posò la mano sul cassetto aperto. Il commesso si accorse del suo improvviso pallore e prontamente gli porse una sedia dove potersi sedere, poi andò a prendere un bicchiere colmo d’acqua. Jeff sapeva di non aver nulla di grave ma era teso e la testa continuava a girargli. Si sedette. Aveva le palpebre pesanti ma si costrinse ad osservare suo malgrado tutti quei papillon. Erano così tanti che era difficile poter scegliere. Lo sguardo gli cadde su un bellissimo color blu notte ma rimase deluso nel vederlo stampato da tante piccole conchiglie. Jeff si sentiva frustrato. Era lì per comprare un cravattino anche se non ne aveva nessuna voglia.

Guardò il commesso che era tornato col bicchiere d’acqua e poi gli chiese: “Avete altri modelli in negozio?” Il ragazzo stavolta quasi gli rise in faccia. “Signore, con tutto il rispetto, non credo troverà in giro una gamma più fornita della nostra. No signore, qui abbiamo almeno duecento pezzi, se non riesce a sceglierne uno tra tutti questi, bè, non credo che allora a lei interessi davvero l’acquisto di un cravattino.” Jeff dovette ammettere che quel ragazzotto con le braccia piene di raffigurazioni tribali, aveva ragione. Si costrinse allora ad osservare meglio tutti quei modelli. Disse: “Ha ragione, dovrò indossare domani sera un cravattino che io non amo particolarmente, lo vorrei come quello lì con le conchiglie, mi piace quel color blu notte ma senza nessuna stampa sopra.”

Il ragazzo stava perdendo la pazienza ma voleva vendere, cercò quindi un approccio diverso. Guardò il cliente e con gentilezza gli disse: “Le chiedo scusa per il mio modo brusco di poco fa. Sono d’accordo con lei, quel blu è incantevole. A volte si cerca di strafare magari inserendo delle conchiglie come in questo caso. A lei non piacciono ma so per certo che mio zio Oliver le adorerebbe.” Jeff si alzò di scatto dalla sedia ma la testa continuava a girargli e dovette sedersi di nuovo. Con voce tremante chiese: “Lei ha uno zio di nome Oliver?” Il ragazzo abbozzò un triste sorriso e disse: “Avevo uno zio di nome Oliver. Che Dio l’abbia in gloria. Era un mio pro-zio ed era un appassionato cercatore di conchiglie.” Il commesso si asciugò quella che poteva sembrare una lacrima. Il cliente pareva trovarsi in uno stato di trance. Quando parlò sembrava essere lontano anni luce da lì: “Anch’io avevo uno zio di nome Oliver.” Quel ragazzo aveva capito di aver centrato un punto importante nel cervello di quell’uomo. Non aveva tempo per congratularsi con sé stesso perciò disse: “Davvero? Me ne parli. Sento che questa coincidenza è importante.”

Jeff guardava con incredulità quel commesso che continuava a non piacergli ma che forse aveva ragione. Come se guidato da qualcosa più forte di lui iniziò a parlare: “Ho sempre avuto un forte legame con zio Oliver. Eravamo inseparabili. Lo zio viveva con noi in famiglia. Era il fratello di mia madre ed era scapolo. Era un bell’uomo e amava vestirsi con eleganza. Adorava i fifì come li chiamava lui. Li metteva anche a me quand’ero piccolo… Poi, un giorno zio Oliver sparì. Non tornò mai più. Anche tutti i suoi fifì scomparvero...Forse è per questo che non li amo, mi rievocano qualcosa di triste, non crede?”

Il commesso non lo ascoltava più, aveva mille cose da fare. Voleva decidersi o no quello strano cliente?

Jeff tornando alla realtà, diede un’altra occhiata a tutte quelle file di cravattini, era quasi tentato a prenderne uno bianco con leggere venature rosse e blu, poi si ricompose e disse: “Prendo quello.” Segnò col dito sul più classico nonché anonimo dei cravattini. Il commesso visibilmente sollevato disse: “Dunque ha deciso? Ottima scelta signore. Il nero sta bene con tutto.” “Certo.” Disse con secco disgusto Jeff. Avrebbe voluto aggiungere che era davvero deplorevole che non avessero quello che cercava, ma poi lasciò correre. La scelta era ormai stata fatta. Pagò e se ne andò lasciando al commesso il compito di riordinare il cassetto, ben felice di farlo pur di vedere quello strano tipo fuori di lì.

Quando la sera dopo Jeff arrivò alla festa, si sentiva nervoso.

Aveva tirato fuori l’abito da indossare e aveva chiuso l’armadio per non avere l’impeto di indossare una delle sue tante cravatte. Aveva anche pensato al piano B, portare la cravatta fino al ristorante e mettere il cravattino poco prima di entrare. Scartò il piano B. Si vestì di tutto punto e mise il cravattino nero.

Quando arrivò, fu accolto dal capoufficio che non appena vide il cravattino, tirò un sospiro di sollievo, gli disse: “Vieni, buttiamoci nella mischia!”

Jeff ancora un po’ frastornato, seguì il suo capoufficio.

Il locale era pieno di gente, facce conosciute ma anche molti che Jeff non aveva mai visto. Una bionda appariscente gli si parò davanti e con un sorriso luminoso gli offrì da bere.

Jeff stentava a capirla. Tra la musica e il brusio generale, la conversazione era complicata.

“Mi piace il tuo fifì. Hai buon gusto. Io ho sempre evitato quei tipi così perfettini in giacca e cravatta. Bravo Jeff. E’ così che ti chiami vero? Io sono Lolita ma tutti mi chiamano Loly. E’ un piacere conoscerti. Saremo colleghi lo sapevi? Mi trasferirò nella vostra sede il prossimo mese.”

Jeff fissava quella bionda esplosiva e intanto pensava che Lolita era un nome perfetto per lei anche se non riusciva ad immaginarsela come seria segretaria della loro multinazionale di tessuti. Lolita non aveva ancora sentito la voce di Jeff ma questo sembrava non preoccuparla. Quando lui alla fine parlò sembrò che per un attimo ci fosse un silenzio tombale. “Dunque Lolita, sostituirai qualche segretaria prossima alla pensione?”

La bionda Lolita sgranò gli occhi, poi sorrise, lo fece con sicurezza visto che i suoi denti erano fin troppo bianchi e regolari.

“Oh Jeff, senza togliere niente al tuo lavoro, io dirigo il reparto sete. So tutto sulla seta, ecco perché ho potuto apprezzare il tuo magnifico papillon.”

“Una dirigente. Ecco che cos’era Lolita detta Loly. E aveva adocchiato proprio lui il più mansueto tra i dipendenti.

Jeff a questo punto era a corto di idee, non era interessato a Loly, non voleva averci a che fare, e poi… si sentiva a disagio.

Ma Loly continuava a blaterare e intanto allungava le mani per toccare il suo cravattino. Fu in quel momento che Jeff lo vide.

Era stato attirato dall’inconfondibile voce del suo direttore. Lo aveva cercato con gli occhi sperando di staccarsi con una scusa da Lolita, ma quando lo vide, si bloccò. Accanto a lui c’era un uomo alto, di aspetto ancora dannatamente giovanile, sorridente. Portava un cravattino particolare floreale color turchese. Jeff non lo avrebbe mai comprato eppure allo zio Oliver stava d’incanto. Jeff ne era più che certo, quel signore accanto al suo direttore era lo zio Oliver.

Anche Lolita girò lo sguardo nella direzione in cui guardava Jeff.

“Lo hai riconosciuto vero?” disse la bionda parlando di Oliver.

Ma Jeff non sapeva che cosa risponderle. Che ne sapeva di suo zio dopotutto? Erano passati almeno quindici anni da che se n’era andato via senza farsi mai più né vedere né sentire.

“Non esattamente.” Disse alla fine Jeff. “Tu sai chi è?”

Lolita diede una strana occhiata a Jeff e poi disse: “Davvero non sai chi sia quello? Ma dove vivi? Comunque quel distinto signore è il re del papillon: Oliver Star…”

“Già… fratello di Olivia Star mia madre. Non abbiamo più avuto sue notizie da quando un giorno di tanti anni fa se ne andò senza lasciar traccia.” Questo è quello che Jeff avrebbe voluto dire a Lolita invece si limitò a pronunciare un laconico: “Non lo conosco.” Fu un male perché improvvisamente Loly lo prese per un braccio e lo condusse quasi correndo verso il direttore ed Oliver.

Per un attimo gli occhi di Jeff e dello zio Oliver si incrociarono. Fiumi di parole non dette rimasero dentro ai loro sguardi.

Anche il direttore fu sorpreso da quell’intrusione, ma fu solo un attimo perché si riscosse subito dicendo: “Loly che piacere rivederti! Ti stai già ambientando vedo…”

Lei sfoderò quel suo sorriso brillante, gli prese con eleganza il braccio e disse: “Su direttore mi offra un drink…”

Il direttore strizzò l’occhio ad Oliver mentre a Jeff disse: “Mi perdoni Jeff ci sono incombenze che non posso delegare ad altri…”

E così Jeff ed Oliver rimasero soli. Quel silenzio tra loro era penoso. Cosa mai avrebbero potuto dirsi? Forse lo zio doveva scusarsi con lui? Perché se n’era andato senza salutare? Jeff si schiarì la voce poi disse: “Avresti potuto mandare qualche cartolina ogni tanto…” “Già” disse lo zio. “Avrei potuto ma non l’ho fatto. Potrei dirti tante cose ma sarebbero tutte bugie. Sono felice di vederti, questa è la verità.”

D’un tratto Jeff si rese conto che non gli importava più di sentire verità o bugie da quello strano zio, invece disse: “Che ci fai qui al party di Natale aziendale?” “Ho comprato questa baracca caro Jeff e devo dire che adesso ne sono più felice che mai. Alla fine le nostre strade si sono ritrovate. A proposito… complimenti per il papillon, il nero fa sempre la sua bella figura…”

Jeff si trattenne dal dire che adesso la sua passione erano le cravatte, che se non portava più i fifì era solo perché lui era sparito dalla sua vita, avrebbe voluto dirgli: “Ehi zio… tu non mi conosci tu…”

Un trillo da spaccare i timpani inaspettato ed insistente fece balzare Jeff giù dal letto. Era la sveglia che gli ricordava che era ora di alzarsi.

Aveva la testa pesante e le tempie gli pulsavano forte.

Gli ci volle un po’ per capire che quello che gli era accaduto era stato un incubo. Eppure tutto sembrava vero, il party Lolita, zio Oliver. Com’è che l’aveva chiamato Loly? Il re dei papillon.

Jeff iniziò a ridere. Non gli importava se i vicini lo sentivano, lui sempre così silenzioso… Più ci pensava, più rideva. Poi, improvvisamente, squillò il telefono. Sul display vide il nome di sua madre Olivia. Quella donna era instancabile oltre che super appassionata del gioco del bridge. La sua voce alle otto di mattina era squillante, disse: “Jeff tesoro come stai?”

Jeff odiava dare spiegazioni, si limitava sempre a dire: “Sto bene mamma. E tu?”

Lei rispondeva sempre alla stessa maniera: “Finché sarò libera di giocare a bridge, niente può toccarmi.” Stavolta però rispose in maniera diversa: “Siediti figliolo, devo comunicarti una cosa che ha dell’incredibile.” Jeff si sedette sul bordo del letto, il sogno aleggiava ancora nell’aria. Uno strano presentimento si impossessò di lui. Sua madre continuò: “Hai mai sentito parlare di Lolita Stone?” Jeff sentì dei brividi su tutto il suo corpo. Disse solo: “No mamma, chi è?” “Diventerà la moglie di tuo zio Oliver. Ebbene sì. Mio fratello mi ha contattato qualche tempo fa raccontandomi un po’ delle sue avventure in giro per il mondo. Io l’ho perdonato Jeff, vorrei che lo facessi anche tu, oltretutto credo sia nel ramo tessile, sai la sua mania di portare sempre i papillon…” Jeff lasciava parlare sua madre, intanto lui non poteva non pensare al suo sogno dove Lolita era una nuova dirigente aziendale ma non aveva mostrato assolutamente nessun interesse per lo zio Oliver. Jeff era confuso. Intanto quella sera ci sarebbe stato il party…

“Non vuoi sapere quando ci sarà il matrimonio?” Chiese sua madre come nulla fosse. Jeff di rimando disse: “Conosco Lolita, non credo sia adatta a mio zio Oliver.” Olivia rimase in silenzio per un po’ poi disse: “Caro ne riparliamo domani, oggi ho un torneo fuori città che mi terrà impegnata fino a tardi. Ti voglio bene Jeff.”

Dunque era tutto vero? O meglio, quel sogno aveva una fonte di verità? Piano piano, tutto stava tornando al suo posto. Jeff se ne rese conto quando vide un messaggio del suo capoufficio sul cellulare: “Ce l’hai fatta vecchio mio… la meritata promozione è arrivata! Certo che quell’Oliver è proprio un portento. Ci vediamo lunedì collega!”

Ora ricordava bene cosa era successo. Lo zio Oliver gli si era avvicinato con accanto la sua futura moglie Lolita. Era radioso. Aveva un cravattino di seta con stampate delle onde marine. Non sembrava impacciato, anzi… Gli aveva raccontato sommariamente il motivo del suo allontanamento diciotto anni prima come lui stesso aveva precisato. Aveva avuto un’occasione di lavoro molto allettante all’estero e che quindi suo malgrado, aveva dovuto lasciare l’Italia. “Sono diventato azionista di questa multinazionale Jeff e quindi siederò nel consiglio di amministrazione. Spero di aver fatto una buona scelta.”

A quale scelta si stava riferendo lo zio?

Jeff l’aveva guardato e poi inaspettatamente disse guardando Lolita: “La migliore zio… la migliore.”

Poi Jeff era tornato a casa intontito dai fumi dell’alcol e da quel fuori programma chiamato zio Oliver.

Come guidato da qualcuno o da qualcosa, aveva aperto un cassetto pieno zeppo di accessori invernali, proprio in fondo al cassetto, dietro a dei grossi guanti da sci, aveva tirato fuori quel regalo fattogli tanti anni prima. Era bello quel papillon blu, era proprio quello il colore che tanto aveva cercato nel negozio due giorni prima ma che lui aveva completamente dimenticato. Così, aveva sfilato quel nero cravattino che aveva acquistato per pura disperazione, e al suo posto, aveva indossato l’altro. Jeff ricordava di essersi pavoneggiato soddisfatto osservandosi sullo specchio dell’armadio. E poi? Non ricordava più niente, solo quel sogno strano e contorto.

Non sapeva ancora se avrebbe accettato l’invito di matrimonio fatto dallo zio Oliver, azionista di maggioranza della multinazionale dove lui stesso lavorava, ma che importanza poteva avere ormai? Jeff non sapeva spiegarselo ma sentiva di essere guarito da quell’avversione per i papillon. Forse anche lui come sua madre aveva perdonato lo zio. Decise che avrebbe fatto una visitina a quel simpatico commesso che aveva sopranominato “braccia tatuate”. Sicuramente l’avrebbe aiutato a scegliere un papillon per ogni occasione. Dopotutto, volendo parafrasare sua madre Jeff pensò: “Finché sarò libero di scegliere un papillon… niente può toccarmi.”


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